La radice della parola genesi significa “nascita” e racchiude in sé il significato più profondo di “origine”, il principio primo da cui derivano tutte le cose. Genesi è il titolo della mostra fotografica di Sebastião Salgado, uno dei più importanti artisti/documentaristi del nostro tempo.
Lélia Wanick Salgado, moglie del fotografo e curatrice della mostra, spiega il senso di questo progetto, una “ricerca del mondo delle origini, come ha preso forma, si è evoluto, è esistito per millenni prima che la vita moderna accelerasse i propri ritmi e iniziasse ad allontanarci dall’essenza della nostra natura. E’ un viaggio attraverso paesaggi terrestri e marini, alla scoperta di popolazioni e animali scampati all’abbraccio del mondo contemporaneo”.
Questo viaggio inizia nel 2003 con la prima di 32 spedizioni che Salgado pianifica in ogni parte del pianeta, dalle foreste dell’Amazzonia ai deserti dell’Africa, dalle pianure della Russia ai ghiacciai dell’Antartide. Sono poco più di 200 gli scatti, selezionati tra i 10000 realizzati, esposti contemporaneamente nelle principali metropoli mondiali - Londra, Roma, Toronto e Rio de Janeiro – per mostrare al maggior numero possibile di persone gli angoli della Terra rimasti allo stato primordiale, sopravvissuti agli effetti devastanti del progresso tecnologico, la cui esistenza diventa oggi una questione di vitale importanza per il futuro di tutte le specie viventi.
Il risultato di questo lungo e faticoso lavoro è la visione di un nuovo mondo, suddiviso in cinque parti: il Pianeta sud, i Santuari della Natura, le Terre del Nord, l’Africa e l’Amazzonia e il Pantanal.
L’atteggiamento “scientifico” percepito dal visitatore nell’organizzazione del materiale fotografico è solo apparente. Salgado non è uno scienziato, tanto meno un antropologo. Il suo approccio allo spettacolo della natura è quello del curioso e dell’artista. Attraverso l’uso di particolari punti di vista e angolazioni, l’attenzione ad alcuni dettagli, la scelta di realizzare gli scatti in bianco e nero, il fotografo non si limita ad esaltare la bellezza del creato: egli “strappa”i paesaggi, gli animali, gli uomini dalla realtà per ricollocarli in una dimensione atemporale, li trasforma in segni e simboli di un linguaggio universale, li trasforma in monumenti della Natura.
In ogni immagine terra, aria, acqua, l’uomo, interagiscono e si completano a vicenda come elementi di un’opera d’arte, creando forme armoniche e inaspettate. Gli iceberg nel mare di Weddell (penisola Antartica) sono roccaforti in mezzo all’acqua, i Canyon visti dall’alto diventano città di roccia, le vette delle montagne del Sudamerica e i crateri dei vulcani della penisola della Kamchatka, si stagliano nel cielo come cattedrali gotiche. In alcuni scatti il contrasto tra il bianco e il nero è così forte da sembrare delle serigrafie (la veduta della valle di Bighorn Creek), in altri le linee sono così sottili e delicate da ricordare le stampe orientali (rami sui quali riposano i pipistrelli della frutta in Madagascar).
Dai ritratti delle specie viventi, emerge tutta la forza dell’equilibrio tra l’uomo, l’animale e l’ambiente, la necessaria interdipendenza tra le parti. Tanto distante da fotografare intere colonie di pinguini sulle distese ghiacciate dell’Antartico, tanto vicino da poter riflettere la propria immagine nell’occhio di un gigantesco leone marino, Salgado si sofferma per la prima volta sul mondo animale, mostrando al pubblico le specie più rare (giaguaro, procellaria gigante, bue muschiato etc.), alcune a rischio di estinzione (balena australe e babbuino gelada).
Preziose e suggestive sono le immagini delle popolazioni indigene che mantengono incontaminate le loro tradizioni e abitudini: gli Yanomami e i Cayapó dell’Amazzonia brasiliana, i Pigmei delle foreste equatoriali del Congo settentrionale, i Boscimani del deserto del Kalahari in Sudafrica, le tribù Himba del deserto namibico, le tribù delle più remote foreste della Nuova Guinea. Uomini, donne, bambini, intere tribù, completamente immersi nella Natura, unica fonte di sostentamento e garanzia di sopravvivenza.
Genesi è un grande reportage antropologico globale, un invito a riflettere su cosa è rimasto del legame ancestrale dell’uomo con il suo ambiente e allo stesso tempo un monito a proteggere l’unica vera ricchezza in grado di assicurare la continuità della vita, il nostro pianeta.
Lélia Wanick Salgado, moglie del fotografo e curatrice della mostra, spiega il senso di questo progetto, una “ricerca del mondo delle origini, come ha preso forma, si è evoluto, è esistito per millenni prima che la vita moderna accelerasse i propri ritmi e iniziasse ad allontanarci dall’essenza della nostra natura. E’ un viaggio attraverso paesaggi terrestri e marini, alla scoperta di popolazioni e animali scampati all’abbraccio del mondo contemporaneo”.
Questo viaggio inizia nel 2003 con la prima di 32 spedizioni che Salgado pianifica in ogni parte del pianeta, dalle foreste dell’Amazzonia ai deserti dell’Africa, dalle pianure della Russia ai ghiacciai dell’Antartide. Sono poco più di 200 gli scatti, selezionati tra i 10000 realizzati, esposti contemporaneamente nelle principali metropoli mondiali - Londra, Roma, Toronto e Rio de Janeiro – per mostrare al maggior numero possibile di persone gli angoli della Terra rimasti allo stato primordiale, sopravvissuti agli effetti devastanti del progresso tecnologico, la cui esistenza diventa oggi una questione di vitale importanza per il futuro di tutte le specie viventi.
Il risultato di questo lungo e faticoso lavoro è la visione di un nuovo mondo, suddiviso in cinque parti: il Pianeta sud, i Santuari della Natura, le Terre del Nord, l’Africa e l’Amazzonia e il Pantanal.
L’atteggiamento “scientifico” percepito dal visitatore nell’organizzazione del materiale fotografico è solo apparente. Salgado non è uno scienziato, tanto meno un antropologo. Il suo approccio allo spettacolo della natura è quello del curioso e dell’artista. Attraverso l’uso di particolari punti di vista e angolazioni, l’attenzione ad alcuni dettagli, la scelta di realizzare gli scatti in bianco e nero, il fotografo non si limita ad esaltare la bellezza del creato: egli “strappa”i paesaggi, gli animali, gli uomini dalla realtà per ricollocarli in una dimensione atemporale, li trasforma in segni e simboli di un linguaggio universale, li trasforma in monumenti della Natura.
In ogni immagine terra, aria, acqua, l’uomo, interagiscono e si completano a vicenda come elementi di un’opera d’arte, creando forme armoniche e inaspettate. Gli iceberg nel mare di Weddell (penisola Antartica) sono roccaforti in mezzo all’acqua, i Canyon visti dall’alto diventano città di roccia, le vette delle montagne del Sudamerica e i crateri dei vulcani della penisola della Kamchatka, si stagliano nel cielo come cattedrali gotiche. In alcuni scatti il contrasto tra il bianco e il nero è così forte da sembrare delle serigrafie (la veduta della valle di Bighorn Creek), in altri le linee sono così sottili e delicate da ricordare le stampe orientali (rami sui quali riposano i pipistrelli della frutta in Madagascar).
Dai ritratti delle specie viventi, emerge tutta la forza dell’equilibrio tra l’uomo, l’animale e l’ambiente, la necessaria interdipendenza tra le parti. Tanto distante da fotografare intere colonie di pinguini sulle distese ghiacciate dell’Antartico, tanto vicino da poter riflettere la propria immagine nell’occhio di un gigantesco leone marino, Salgado si sofferma per la prima volta sul mondo animale, mostrando al pubblico le specie più rare (giaguaro, procellaria gigante, bue muschiato etc.), alcune a rischio di estinzione (balena australe e babbuino gelada).
Preziose e suggestive sono le immagini delle popolazioni indigene che mantengono incontaminate le loro tradizioni e abitudini: gli Yanomami e i Cayapó dell’Amazzonia brasiliana, i Pigmei delle foreste equatoriali del Congo settentrionale, i Boscimani del deserto del Kalahari in Sudafrica, le tribù Himba del deserto namibico, le tribù delle più remote foreste della Nuova Guinea. Uomini, donne, bambini, intere tribù, completamente immersi nella Natura, unica fonte di sostentamento e garanzia di sopravvivenza.
Genesi è un grande reportage antropologico globale, un invito a riflettere su cosa è rimasto del legame ancestrale dell’uomo con il suo ambiente e allo stesso tempo un monito a proteggere l’unica vera ricchezza in grado di assicurare la continuità della vita, il nostro pianeta.
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