di Chiara Piselli
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martedì 1 ottobre 2013
lunedì 30 settembre 2013
domenica 29 settembre 2013
Il viaggio della Gnocca
Dai villaggi africani ai marciapiedi europei
Digitando su motore di ricerca la parola prostitute, al terzo posto subito dopo Wikipedia, si trova questo sito: www.gnoccatravels.com . Una comunità di soli “uomini” dove scambiarsi consigli utili su come procurare gnocca gratuitamente o a pagamento attraverso tutti i continenti: la community dei viaggi della gnocca.
Vorrei raccontare loro un viaggio, quello della gnocca che parte dalla Nigeria, risalendo Niger e Libia; un viaggio fatto in camion, furgoni, container ma anche a piedi, fino alle coste del Mediterraneo per finire sui marciapiedi europei. Qui la gnocca potrà rispondere finalmente all’unica domanda (dieci, cento, mille volte la stessa) che interessa al tizio dentro l’auto col finestrino abbassato: <<Quanto?>>.
Nigeria: tra colline e altipiani, pianure aride e distese sconfinate sorgono dei piccoli villaggi dove spesso una donna sogna solo di poter fuggire dalla povertà piuttosto che dalle violenze, dalle minacce o dalle modificazioni genitali. A volte giunge al villaggio una figura, le/i trafficanti, che offre loro una via di fuga: L’ Europa.
A volte gli stessi parenti, compagni o fidanzati intercedono con la maman o madame (nigeriane che vivono stabilmente in Nigeria o che viaggiano dall’ Europa in aereo grazie a un regolare permesso di soggiorno) che spesso si occupa di scegliere personalmente le donne da portare in Europa. Compito della madame è quello di curarsi delle ragazze per tutto il percorso del viaggio e di controllarle poi giunte a destinazione. Paga loro il viaggio, le imbonisce con falsi credo sul loro futuro, fa giurare loro che l’impegno preso verrà rispettato mediante voodoo (il terrore che le donne nigeriane hanno nei confronti del voodoo è uno strumento di controllo fortissimo), pena la morte, quindi le consegna ad un uomo chiamato brother (un trafficante nigeriano che si prenderà “cura” delle ragazze conquistandosi la loro fiducia), che le condurrà di frontiera in frontiera fino in Libia.
Warri, Benin City, Sapele, rappresentano di solito la prima tappa e i punti di raccolta delle inconsapevoli viaggiatrici che arrivano dai villaggi. Si prosegue a volte verso il nord in autobus, per Kano o Sokoto (Nigeria del Nord), oppure si passa dal Benin. Non c’è un itinerario preciso, il viaggio può variare di chilometri e di tempo. Di tappa in tappa le donne vengono alloggiate in case di transito, dette warehouse, per periodi brevi o anche per mesi.
Gli smugglers (autisti) alla guida di camion o furgoni, trasportano centinaia di migranti di diversa nazionalità per il viaggio che procede verso Agadez o Dirkou (Niger) fino alla frontiera libica e quindi Sabha(Libia). Da questo istante le ragazze viaggeranno con altri migranti che intendono arrivare in Europa illegalmente. Stipati come merce, ammassati dentro i mezzi si viaggia senza acqua né cibo, senza poter mai dormire. Avvengono violenze di ogni sorta e stupri; altre/i si ammalano, svengono o addirittura muoiono. Chi non ce la fa viene abbandonato nel deserto. Lungo la strada è una distesa di ossa e tombe.
Nel deserto avvengono saccheggi e razzie sia da parte di militari sia da parte dei ribelli, è il tratto di viaggio più duro e traumatico. Le/i migranti vengono picchiate/i, ridotte/i in schiavitù, umiliate/i, derubate/i. Non c’è niente tutto intorno, solo deserto.
Tumu (Libia): è la frontiera con il Niger dove poche procedono oltre. Capita anche che le ragazze vengano arrestate per clandestinità e rilasciate solo sotto pagamento di somme di denaro, per essere poi rimesse nelle mani dei trafficanti. Nelle fatiscenti carceri sono in tante le donne tenute in anguste stanze sbarrate, sorvegliate costantemente. Non di rado avvengono stupri e violenze all’interno di questi luoghi di punizione.
Il viaggio termina a Tripoli, dove i trafficanti rivelano le loro vere intenzioni e le ragazze aprono gli occhi al loro destino: i bordelli. Una donna può essere sfruttata per un tempo che varia da qualche mese fino a 5 anni o comunque fino alla restituzione del debito contratto che copre le spese del viaggio o per il tempo necessario all’organizzazione della tratta successiva che le porterà nelle coste del Mediterraneo, oppure fino a che la madame non salderà il debito con i trafficanti. Lei non vuole e non ha interesse a far prostituire le ragazze in Libia, bensì a farle giungere al più presto in Europa. Dunque questo sfruttamento avviene per mano dei trafficanti nigeriani e libici, di nascosto alla madame, che se messa al corrente dell’accaduto smetterebbe di pagare per la ragazza. In questa circostanza alla ragazza non rimane che continuare a racimolare soldi, prostituendosi, per il viaggio che d’ora in poi si pagherà sola.
All’interno dei bordelli libici c’è la senior woman che si occupa di accogliere e introdurre alla prostituzione le nuove arrivate e controllare i profitti di ognuna di esse. Sono costrette ad avere dai 3 ai 5 rapporti al giorno, spesso non protetti, ad una cifra che il trafficante stesso stabilisce. Chi tenta di rifiutarsi viene umiliata, picchiata e torturata: vengono fatte camminare sul petrolio bollente, mozziconi di sigarette vengono spente su tutto il corpo, vengono frustate con catene.
L’uso del preservativo è a discrezione del cliente. Spesso restano incinte e vengono fatte abortire con calci allo stomaco e medicine. A volte le ragazze prima di ogni rapporto inseriscono della lana nella vagina, che trovano all’interno dei loro materassi, come contraccettivo.
I bordelli sono delle fortezze di sbarre e filo spinato, controllate e sorvegliate. Poche riescono a fuggire, la maggior parte viene ricatturata e quasi uccisa a botte.
Poi c’è il benefattore, cliente delle ragazze, che paga per estinguere il debito e le aiuta nel viaggio verso l’Europa. Le ragazze si sentono debitrici nei confronti di questa figura, in realtà il benefattore risulta essere un membro dell’organizzazione criminale che a volte le affianca anche durante l’attraversata in mare o procura loro documenti falsi per il viaggio.
Lampedusa (Italia): gli sbarchi nell’isola sono ormai all'ordine del giorno. Donne e uomini che arrivano su barconi stipati e traboccanti. Quante di quelle donne saranno prostituite? Quante di loro rivedremo sui marciapiedi? Quante di loro verranno rimpatriate e ricominceranno il viaggio?
Adesso chiedo io a voi “uomini” del GnoccaTravels : << Quanto?>>.
Giada Licata
Le aziende sui social network: caccia al profilo aggiornato
Nell’era del web 2.0 anche la domanda e l’offerta di lavoro
si incontrano sui social network, ma otto manager su dieci non si fidano dei
dettagli pubblicati. In un recente sondaggio realizzato dalle maggiori società
di recruitment sono stati coinvolti i direttori finanziari di grandi aziende
italiane e straniere. Interrogati sui nuovi media quali strumenti per veicolare
le candidature, spesso i manager trovano il web ricco di competenze poco
aggiornate o esagerate e difficilmente verificabili.Fra i mezzi più utilizzati LinkedIn resiste in vetta alle classifiche. Alla vigilia dei suoi dieci anni di attività, la rete ha i suoi vantaggi perché amplifica il bacino di candidati disponibili. Ma la verifica dei curricula non è sempre agevole. Il crogiolo di avatar a portata di “clic”, infatti, non è sempre sinonimo di qualità professionale, perché dietro lo schermo del computer anche il professionista più risoluto avrà azzardato l’ipotesi di imbellettare il suo profilo. Nonostante gli innegabili vantaggi della rete, i manager non sono di facili entusiasmi, perché di fatto non hanno un sistema che permetta di verificare le informazioni che leggono. Questo è quanto ha dichiarato il 61 % degli intervistati, mentre gli altri si dividono fra chi denota la mancanza di aggiornamenti puntuali delle attività e chi sospetta che si “ricami” un pò troppo sulle proprie competenze.
Internet costituisce una vera e propria cassa di
risonanza che amplifica i rapporti
sociali. I social network, in particolare, facilitano il flusso d’informazioni
e la possibilità di contattare persone molto distanti fra loro, come i
responsabili dei servizi nelle aziende. Relazionarsi online significa anche
entrare in contatto con figure utili alla propria crescita professionale in un
ambiente in cui la comunicazione è immediata e veloce. In particolare, LinkedIn
è considerato un mezzo imbattibile per valorizzare le proprie abilità e mantenere aggiornato il network di relazioni. Fra gli aspetti decisivi per
giudicare un profilo sul portale, i recruiter prediligono l’esperienza, che
supera anche il percorso di studi e la conferma delle competenze da parte dei
colleghi. Dunque, il segreto per rendere appetibile la vostra pagina professionale
sarà un costante lavoro sui dettagli per aggiornare le vostre esperienze
affinché gli headhunter delle maggiori aziende abbiano pane per i loro denti.
Marica Servolini
Perché mai andare a Messa?!
Siamo nel terzo millennio e ci sono ancora persone che vanno a Messa?! Un’oretta obbligatoria tutte le domeniche, un insieme di formule, storielle e gesti alle volte davvero incomprensibili… fanno bene quelli che decidono di occupare il tempo in maniera diversa!
Eppure, ancora oggi, quelle stesse persone sono disposte a rinunciare ad una esistenza fatta di sole cose, a lasciare la propria casa e gli affetti più cari, a dare la vita perfino per testimoniare l’amore gratuito di Dio! Uomini e donne coraggiose che hanno deciso di andare controcorrente, di riempire la solitudine dell’animo, quel senso di vuoto profondo non con il successo personale, con l’affermazione del proprio io sul prossimo, con il denaro o altro ma semplicemente affidandosi. Persone che hanno sperimentato nella loro vita l’incontro con Cristo, che non possono fare a meno di condividere ed annunciare questa gioia e che trovano nutrimento e fondamento della loro fede proprio nell’Eucaristia.
Ed è qui che nasce il problema: chi capisce veramente quello che si sta facendo e dicendo durante la celebrazione? Io per prima non nascondo le mie perplessità. Pur essendo battezzata e cresimata e frequentando attivamente la parrocchia avverto l’esigenza di saperne di più. Molto spesso il catechismo non basta, perché si è molto giovani e poco consapevoli e perché talvolta ci si va, più adulti, più per assecondare una tradizione che per una reale convinzione. Una difficoltà comune, ben nota a don Ricardo Reyes, alla quale ha voluto dare una risposta con il libro Lettere tra cielo e terra (edito da Cantagalli). Non un trattato di teologia ma dodici lettere che, attraverso brani dell’Antico e del Nuovo Testamento ed episodi personali, provano a spiegare, con un linguaggio semplice ma preciso, perché, per essere cristiani, è necessario andare a Messa. Un viaggio alla scoperta del significato profondo di quei gesti, di quelle parole che molto spesso presumiamo di sapere senza in realtà conoscere, della bellezza dell’entrare in relazione con Dio. Un tentativo di fornire gli strumenti per vivere appieno la celebrazione eucaristica e di riunire quella spaccatura tra vita quotidiana e fede.
Il sacerdote panamense scrive all’amico ‘cattolico non praticante’ ma si rivolge a credenti e non “L’intento fondamentale è che tu possa sperimentare, per mezzo di una conoscenza più profonda della Chiesa e delle celebrazioni liturgiche, se c’è una risposta reale alle tue istanze di ricerca esistenziale” per poi proseguire con “Io non ti devo convincere di niente. È il Signore che ti deve toccare il cuore e portarti a scoprire la Sua bellezza”.
Sta a noi, dunque, la libertà di cercare la risposta alle nostre inquietudini, di aprirci all’ascolto e fare silenzio, di farci piccoli, di lasciarci guidare e stupire. La lettura di questo testo sarà forse per alcuni appagamento di un interesse filosofico culturale, per altri un aiuto prezioso e una spinta alla ricerca continua di Dio nella propria vita, come lo è stato per me. “Il cristianesimo è e rimane un’esperienza di vita, o la fai o non la fai. Se non entri nel mare non potrai mai sentire la forza delle onde”.
Monsanto. What else?
Un nome, una rassicurazione. Ad oggi multinazionale americana di biotecnologie agrarie. Fin qui tutto bene. Quello che la maggior parte delle persone non sa è che è una produttrice di sementi transgeniche.
Un po’ di storia.
Famosa all’inizio del ‘900 per essere la maggiore
fornitrice di saccarina (prodotto che, secondo 70 diversi studi scientifici,
provoca il cancro nei ratti e nei mammiferi), vanillina e caffeina alla Coca
Cola. Solo qualche anno più tardi espande oltreoceano il suo impero producendo
nientemeno che aspirina e addirittura gomma nei suoi stabilimenti in Galles.
Nei ruggenti anni ’20 inizia a produrre acido solforico, fibre
sintetiche e policlorobifenili (PCB), liquidi refrigeranti per trasformatori
elettrici. 50 anni più tardi gli Stati Uniti ne vietano la produzione,
attribuendo al prodotto il potere nefasto di provocare cancro, malattie del
fegato e malattie neurologiche.
Morale della favola, la Monsanto paga i danni risarcendo 600
milioni di dollari agli abitanti di Anniston (Alabama), sede della produzione.
Tra il ’43 e il ’45 si dedicò alla purificazione e
produzione di plutonio ed inneschi per armi nucleari.
Nel frattempo, nel 1944 comincia a produrre il DDT,
prodotto che uccide le zanzare portatrici di malaria e il più usato come
insetticida in agricoltura. Come è noto il DDT provoca, tra le altre cose
infertilità e mortalità neonatale. Produzione vietata negli stati uniti dal
1972.
Nel 1945 promuove caldamente l’uso di pesticidi chimici
in agricoltura contenenti diossina, elemento che entra con facilità nella
catena alimentare depositandosi nel tessuto adiposo degli animali da
allevamento. Essa causa problemi al sistema immunitario, di riproduzione e
sviluppo.
Negli anni ’60 è protagonista di un atro disastro ambientale
ed epocale, comincia a produrre l’Agente Orange, nota arma chimica ampiamente
utilizzata nella guerra del Vietnam. Le conseguenze furono disastrose, 400 mila
persone uccise e mutilate, 500 mila bambini con difetti alla nascita, 1 milione
di persone diversamente abili.
Nel 1965, acquistando la multinazionale farmaceutica GD
Searl, cominciò a commercializzare l’aspartame, noto dolcificante non calorico,
dichiarato sicuro da 90 Paesi. Solo negli anni ’90 il Dipartimento di Salute e
Servizi Sociali degli Stati Uniti pubblica un’inquietante lista dei circa 90
effetti collaterali che provoca questa sostanza sull’essere umano.
Negli anni a seguire produce e vende l’ormone della
crescita bovina, iniettato nelle mucche da latte per aumentare la produzione.
Ultimamente è stato riscontrato un collegamento tra l’assunzione del latte “geneticamente
modificato” e il cancro della mammella, del colon e della prostata.
Torniamo ai giorni nostri. La pluri inquisita Monsanto
produce attualmente il 40% delle sementi (rigorosamente OGM) utilizzate nelle
culture degli Stati Uniti, ad oggi è un impero industriale con sedi 46 paesi ed
un fatturato di 7,5 miliardi annui.
L’unica cosa positiva è che la Monsanto in Europa ha
gettato la spugna (si spera). Le sementi della multinazionale non saranno più
impiantate nei campi europei!
La prossima marcia di protesta avverrà il 12 ottobre
2013 in tutto il mondo. Save the date!
Il sito della protesta:March against Monsanto
La pagina FB: March against Monsanto
Elisa Zuccari
sabato 28 settembre 2013
"Sci...in acqua!" di Tania Servidei
Reportage fotografico di una performance di sport estremo in Norvegia.
"Gabbiano, solo." di Tania Servidei
Storia di un gabbiano e del suo desiderio di scoprire il mondo.
La Genesi secondo Sebastião Salgado
La radice della parola genesi significa “nascita” e racchiude in sé il significato più profondo di “origine”, il principio primo da cui derivano tutte le cose. Genesi è il titolo della mostra fotografica di Sebastião Salgado, uno dei più importanti artisti/documentaristi del nostro tempo.
Lélia Wanick Salgado, moglie del fotografo e curatrice della mostra, spiega il senso di questo progetto, una “ricerca del mondo delle origini, come ha preso forma, si è evoluto, è esistito per millenni prima che la vita moderna accelerasse i propri ritmi e iniziasse ad allontanarci dall’essenza della nostra natura. E’ un viaggio attraverso paesaggi terrestri e marini, alla scoperta di popolazioni e animali scampati all’abbraccio del mondo contemporaneo”.
Questo viaggio inizia nel 2003 con la prima di 32 spedizioni che Salgado pianifica in ogni parte del pianeta, dalle foreste dell’Amazzonia ai deserti dell’Africa, dalle pianure della Russia ai ghiacciai dell’Antartide. Sono poco più di 200 gli scatti, selezionati tra i 10000 realizzati, esposti contemporaneamente nelle principali metropoli mondiali - Londra, Roma, Toronto e Rio de Janeiro – per mostrare al maggior numero possibile di persone gli angoli della Terra rimasti allo stato primordiale, sopravvissuti agli effetti devastanti del progresso tecnologico, la cui esistenza diventa oggi una questione di vitale importanza per il futuro di tutte le specie viventi.
Il risultato di questo lungo e faticoso lavoro è la visione di un nuovo mondo, suddiviso in cinque parti: il Pianeta sud, i Santuari della Natura, le Terre del Nord, l’Africa e l’Amazzonia e il Pantanal.
L’atteggiamento “scientifico” percepito dal visitatore nell’organizzazione del materiale fotografico è solo apparente. Salgado non è uno scienziato, tanto meno un antropologo. Il suo approccio allo spettacolo della natura è quello del curioso e dell’artista. Attraverso l’uso di particolari punti di vista e angolazioni, l’attenzione ad alcuni dettagli, la scelta di realizzare gli scatti in bianco e nero, il fotografo non si limita ad esaltare la bellezza del creato: egli “strappa”i paesaggi, gli animali, gli uomini dalla realtà per ricollocarli in una dimensione atemporale, li trasforma in segni e simboli di un linguaggio universale, li trasforma in monumenti della Natura.
In ogni immagine terra, aria, acqua, l’uomo, interagiscono e si completano a vicenda come elementi di un’opera d’arte, creando forme armoniche e inaspettate. Gli iceberg nel mare di Weddell (penisola Antartica) sono roccaforti in mezzo all’acqua, i Canyon visti dall’alto diventano città di roccia, le vette delle montagne del Sudamerica e i crateri dei vulcani della penisola della Kamchatka, si stagliano nel cielo come cattedrali gotiche. In alcuni scatti il contrasto tra il bianco e il nero è così forte da sembrare delle serigrafie (la veduta della valle di Bighorn Creek), in altri le linee sono così sottili e delicate da ricordare le stampe orientali (rami sui quali riposano i pipistrelli della frutta in Madagascar).
Dai ritratti delle specie viventi, emerge tutta la forza dell’equilibrio tra l’uomo, l’animale e l’ambiente, la necessaria interdipendenza tra le parti. Tanto distante da fotografare intere colonie di pinguini sulle distese ghiacciate dell’Antartico, tanto vicino da poter riflettere la propria immagine nell’occhio di un gigantesco leone marino, Salgado si sofferma per la prima volta sul mondo animale, mostrando al pubblico le specie più rare (giaguaro, procellaria gigante, bue muschiato etc.), alcune a rischio di estinzione (balena australe e babbuino gelada).
Preziose e suggestive sono le immagini delle popolazioni indigene che mantengono incontaminate le loro tradizioni e abitudini: gli Yanomami e i Cayapó dell’Amazzonia brasiliana, i Pigmei delle foreste equatoriali del Congo settentrionale, i Boscimani del deserto del Kalahari in Sudafrica, le tribù Himba del deserto namibico, le tribù delle più remote foreste della Nuova Guinea. Uomini, donne, bambini, intere tribù, completamente immersi nella Natura, unica fonte di sostentamento e garanzia di sopravvivenza.
Genesi è un grande reportage antropologico globale, un invito a riflettere su cosa è rimasto del legame ancestrale dell’uomo con il suo ambiente e allo stesso tempo un monito a proteggere l’unica vera ricchezza in grado di assicurare la continuità della vita, il nostro pianeta.
Lélia Wanick Salgado, moglie del fotografo e curatrice della mostra, spiega il senso di questo progetto, una “ricerca del mondo delle origini, come ha preso forma, si è evoluto, è esistito per millenni prima che la vita moderna accelerasse i propri ritmi e iniziasse ad allontanarci dall’essenza della nostra natura. E’ un viaggio attraverso paesaggi terrestri e marini, alla scoperta di popolazioni e animali scampati all’abbraccio del mondo contemporaneo”.
Questo viaggio inizia nel 2003 con la prima di 32 spedizioni che Salgado pianifica in ogni parte del pianeta, dalle foreste dell’Amazzonia ai deserti dell’Africa, dalle pianure della Russia ai ghiacciai dell’Antartide. Sono poco più di 200 gli scatti, selezionati tra i 10000 realizzati, esposti contemporaneamente nelle principali metropoli mondiali - Londra, Roma, Toronto e Rio de Janeiro – per mostrare al maggior numero possibile di persone gli angoli della Terra rimasti allo stato primordiale, sopravvissuti agli effetti devastanti del progresso tecnologico, la cui esistenza diventa oggi una questione di vitale importanza per il futuro di tutte le specie viventi.
Il risultato di questo lungo e faticoso lavoro è la visione di un nuovo mondo, suddiviso in cinque parti: il Pianeta sud, i Santuari della Natura, le Terre del Nord, l’Africa e l’Amazzonia e il Pantanal.
L’atteggiamento “scientifico” percepito dal visitatore nell’organizzazione del materiale fotografico è solo apparente. Salgado non è uno scienziato, tanto meno un antropologo. Il suo approccio allo spettacolo della natura è quello del curioso e dell’artista. Attraverso l’uso di particolari punti di vista e angolazioni, l’attenzione ad alcuni dettagli, la scelta di realizzare gli scatti in bianco e nero, il fotografo non si limita ad esaltare la bellezza del creato: egli “strappa”i paesaggi, gli animali, gli uomini dalla realtà per ricollocarli in una dimensione atemporale, li trasforma in segni e simboli di un linguaggio universale, li trasforma in monumenti della Natura.
In ogni immagine terra, aria, acqua, l’uomo, interagiscono e si completano a vicenda come elementi di un’opera d’arte, creando forme armoniche e inaspettate. Gli iceberg nel mare di Weddell (penisola Antartica) sono roccaforti in mezzo all’acqua, i Canyon visti dall’alto diventano città di roccia, le vette delle montagne del Sudamerica e i crateri dei vulcani della penisola della Kamchatka, si stagliano nel cielo come cattedrali gotiche. In alcuni scatti il contrasto tra il bianco e il nero è così forte da sembrare delle serigrafie (la veduta della valle di Bighorn Creek), in altri le linee sono così sottili e delicate da ricordare le stampe orientali (rami sui quali riposano i pipistrelli della frutta in Madagascar).
Dai ritratti delle specie viventi, emerge tutta la forza dell’equilibrio tra l’uomo, l’animale e l’ambiente, la necessaria interdipendenza tra le parti. Tanto distante da fotografare intere colonie di pinguini sulle distese ghiacciate dell’Antartico, tanto vicino da poter riflettere la propria immagine nell’occhio di un gigantesco leone marino, Salgado si sofferma per la prima volta sul mondo animale, mostrando al pubblico le specie più rare (giaguaro, procellaria gigante, bue muschiato etc.), alcune a rischio di estinzione (balena australe e babbuino gelada).
Preziose e suggestive sono le immagini delle popolazioni indigene che mantengono incontaminate le loro tradizioni e abitudini: gli Yanomami e i Cayapó dell’Amazzonia brasiliana, i Pigmei delle foreste equatoriali del Congo settentrionale, i Boscimani del deserto del Kalahari in Sudafrica, le tribù Himba del deserto namibico, le tribù delle più remote foreste della Nuova Guinea. Uomini, donne, bambini, intere tribù, completamente immersi nella Natura, unica fonte di sostentamento e garanzia di sopravvivenza.
Genesi è un grande reportage antropologico globale, un invito a riflettere su cosa è rimasto del legame ancestrale dell’uomo con il suo ambiente e allo stesso tempo un monito a proteggere l’unica vera ricchezza in grado di assicurare la continuità della vita, il nostro pianeta.
venerdì 27 settembre 2013
Ritratto di donna, tra il Pci, la famiglia e una gatta
Non è mai facile parlare di se stesse. E non è facile riuscire a tenere d’occhio tutto quello che accade intorno. E’ come avere due occhi puntati sul mondo e altri due, fissi, sulla propria anima. Monica Granchi, con il suo racconto “Mio nonno era comunista” (Edizioni Effigi, 2013, pagg. 135, 10 euro) ci riesce alla perfezione. Con la sensibilità di chi nella vita si è persa e ritrovata, offre a chi legge queste pagine un ritratto di donna e al tempo stesso di una famiglia, di una società e, perché no, di una classe e di un periodo storico. Siamo nella Toscana che più rossa non si può (come ci ricorda anche la copertina disegnata da Staino), a Siena, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, con lucide incursioni in un presente senza bussola. Il periodo storico giusto per raccontare il momento di massimo splendore del Pci, la passione della politica e del far politica, le feste dell’Unità, la sezione, il “rigore” e la militanza delle compagne e dei compagni come il nonno materno, figura chiave nell’educazione di una bambina che diventa donna.
Donna tra le donne, tante, e di più generazioni, della famiglia allargata nella quale l’autrice ha vissuto. Presenze importanti, talvolta discrete e delicate, altre volte amorevolmente rivali, che possono condizionare la vita. Come la giovane zia, coetanea, praticamente una sorella. Una confusione di ruoli, di emozioni e sentimenti troppo spesso repressi.
Ma tanto è facile avere una vita piena, di gente, di cose da fare, di passioni, altrettanto è facile sentirla svuotata. Perdere il nonno comunista e gli altri punti di riferimento (ideologici e non), restare senza un lavoro e poi, fare a pezzi il proprio corpo, nel tentativo di farlo scomparire (con l’anoressia, per esempio) o di sottrarlo alle attenzioni del prossimo. «Se ci riuscite, state lontani e basta. La mia vita è così. Vivo in mezzo agli altri, isolata da un’aura che richiama attenzione e respinge il contatto».
Ma se una donna innamorata della sua gatta e straziata dalla sua morte, così legata alla sua storia da metterla in discussione, non ci permette di avvicinare il suo corpo, offre al mondo qualcosa di più prezioso: la sua anima. E consente di toccarla, fino a esserne travolte.
(Raffaella Angelino, pubblicato su giulia.globalist.it)
L'isola che non c'era
Mi presento, mi chiamano “Il Settimo Continente”, “Great Pacific Garbage Patch” per gli amici.
Il sito della spedizione: Il Settimo Continente
La pagina FB dell' Ocean Scientific Logistic
Galleggio nell’Oceano Pacifico, in particolare tra le Hawaii e la California, e sono nata a causa del gioco delle correnti e dalla potenza del vortice subtropicale del Nord Pacifico. Le mie dimensioni sono avvolte nella leggenda: qualcuno parla di una superficie come quella del Texas (due volte l’Italia), altri mi descrivono grande come l’India. Qualcuno di voi si chiederà: e la profondità? Tra i 30 e i 40 metri.
Niente male, vero?Sono un’isola di plastica e rifiuti di vario genere ignorata dai più, nascosta e non individuabile neanche da Google Heart.
Di buono c’è che finalmente Patrick Deixonne, membro della Società degli Esploratori Francesi, ha deciso di iniziare una spedizione per tracciare una mappa precisa e per sensibilizzare l’opinione pubblica sul caso più grave di inquinamento marittimo degli ultimi 50 anni. Ma indovinate un po’? Tutti continuano a non saperne nulla, forse sono poco importante, ma si stima che nel 2050 triplicherò le mie dimensioni e vorrei ricordavi che già alla data odierna sono la discarica più grande del mondo!
Non c’è da stupirsi dell’aumento esponenziale del mio volume, in base ai dati della Fao ogni anno finiscono negli oceani 6,4 milioni di tonnellate di rifiuti, dei quali circa il 90% sono materie plastiche.
Il problema è noto quindi anche alle Nazioni Unite che hanno sentenziato di recente “ci sono 46 mila oggetti di plastica per ogni miglio quadrato di oceano”, quasi con orgoglio.
Ah dimenticavo, mi chiamano anche “zuppa di plastica”, nome coniato dall’oceanografo americano Charles Moore, il primo che casualmente mi avvistò nel lontano 1997. Una delle mie peculiarità, infatti, è quella di addensarmi e trasformarmi in pezzetti che negli anni diventano sempre più piccoli, coriandoli di plastica che vengono scambiati per cibo da cetacei, uccelli, pesci, tartarughe e provocando così gravi squilibri dell’ecosistema e trappole mortali per gli abitanti dell’Oceano.
Il problema in superficie è alquanto allarmante, ma niente in confronto a ciò che accade nei fondali marini sui quali si deposita circa l’85% dei rifiuti!
Il restante 15%? Da poco ho scoperto di avere altre due sorelle: un’altra isola nel Pacifico Orientale e addirittura una nell’Oceano Atlantico, entrambe di pari dimensioni.
L’allarme dovrebbe essere quindi globale, non credete? Quello che so, per il momento, è che nessun ente privato o pubblico si sta occupando della cosa, la motivazione principale è che sono posta in un lembo di oceano poco frequentato da grandi imbarcazioni o pescherecci, in parole povere sono invisibile.
Il rischio, oltre che per le specie marine, è altissimo anche per il genere umano. Perché? Basti pensare che sostanze come DDT e PCB (policlorobifenili) ingerite da pesci ed affini entrano facilmente nella catena alimentare e da qui raggiungono l’uomo.
Il risultato? Una mela avvelenata da tramandare alle prossime generazioni.
Nella società dell’usa e getta, c’è sempre spazio per la rivoluzione: Ricicla, Riutilizza e PASSAPAROLA!
Niente male, vero?Sono un’isola di plastica e rifiuti di vario genere ignorata dai più, nascosta e non individuabile neanche da Google Heart. Di buono c’è che finalmente Patrick Deixonne, membro della Società degli Esploratori Francesi, ha deciso di iniziare una spedizione per tracciare una mappa precisa e per sensibilizzare l’opinione pubblica sul caso più grave di inquinamento marittimo degli ultimi 50 anni. Ma indovinate un po’? Tutti continuano a non saperne nulla, forse sono poco importante, ma si stima che nel 2050 triplicherò le mie dimensioni e vorrei ricordavi che già alla data odierna sono la discarica più grande del mondo!
Non c’è da stupirsi dell’aumento esponenziale del mio volume, in base ai dati della Fao ogni anno finiscono negli oceani 6,4 milioni di tonnellate di rifiuti, dei quali circa il 90% sono materie plastiche.
Il problema è noto quindi anche alle Nazioni Unite che hanno sentenziato di recente “ci sono 46 mila oggetti di plastica per ogni miglio quadrato di oceano”, quasi con orgoglio.
Ah dimenticavo, mi chiamano anche “zuppa di plastica”, nome coniato dall’oceanografo americano Charles Moore, il primo che casualmente mi avvistò nel lontano 1997. Una delle mie peculiarità, infatti, è quella di addensarmi e trasformarmi in pezzetti che negli anni diventano sempre più piccoli, coriandoli di plastica che vengono scambiati per cibo da cetacei, uccelli, pesci, tartarughe e provocando così gravi squilibri dell’ecosistema e trappole mortali per gli abitanti dell’Oceano.
Il problema in superficie è alquanto allarmante, ma niente in confronto a ciò che accade nei fondali marini sui quali si deposita circa l’85% dei rifiuti!
Il restante 15%? Da poco ho scoperto di avere altre due sorelle: un’altra isola nel Pacifico Orientale e addirittura una nell’Oceano Atlantico, entrambe di pari dimensioni.
L’allarme dovrebbe essere quindi globale, non credete? Quello che so, per il momento, è che nessun ente privato o pubblico si sta occupando della cosa, la motivazione principale è che sono posta in un lembo di oceano poco frequentato da grandi imbarcazioni o pescherecci, in parole povere sono invisibile.
Il rischio, oltre che per le specie marine, è altissimo anche per il genere umano. Perché? Basti pensare che sostanze come DDT e PCB (policlorobifenili) ingerite da pesci ed affini entrano facilmente nella catena alimentare e da qui raggiungono l’uomo.Il risultato? Una mela avvelenata da tramandare alle prossime generazioni.
Nella società dell’usa e getta, c’è sempre spazio per la rivoluzione: Ricicla, Riutilizza e PASSAPAROLA!
Il sito della spedizione: Il Settimo Continente
La pagina FB dell' Ocean Scientific Logistic
Elisa Zuccari
domenica 15 settembre 2013
Dichiarazione d'amore per L'Aquila
Tanti tanti anni fa un mio capo scout mi disse che quando sei innamorato lo capisci subito perché non vedi l'ora di rivedere l'oggetto del tuo desiderio e quando ce l'hai accanto stai bene e nemmeno un temporale potrebbe scalfire il tuo buonumore.
Io L'Aquila la conosco da sempre. E ne sono innamorata. Prima che nascessi, i miei nonni partivano felici verso Campotosto, ospiti degli amici di sempre e così è stato per anni e anni. Il Lago di Campotosto e la grande casa bianca che ancora primeggia, hanno fatto parte delle mie estati da sempre e L'Aquila era il premio ambito. La passeggiata al centro della città era un evento, lo aspettavo sempre.
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| Vicino casa |
Poi si cresce, si cerca di fuggire dalla famiglia e dalle sue abitudini, finché un amore più grande di ogni possibile comprensione non ha legato i miei genitori ad una casa nella splendida Piana di Navelli, dove zafferano e mandorli imperano solennemente colorati. Per noi che non siamo parenti di nessuno lì, per noi che siamo semplicemente innamorati da quarant'anni. Sempre Abruzzo, sempre L'Aquila. E' un filo che non si è mai spezzato, è un amore, una passione.
E' la gioia di vedere L'Aquila la colta e la ricca, la serenità di non sentire rumori di città, la gioia di respirare aria degna di questo nome. Io lo chiamo Paradiso, perché sono certa che il Paradiso, Dio, lo ha immaginato proprio così, copiandolo un giorno che, stanco di cercare, si sedette sul Corno Grande. Il verde dei prati, ogni tanto una chiesetta sul Tratturo, e maestosa la Grande Madre, il Massiccio del Gran Sasso a farti vedere e capire che la maestosità.... oh sì che esiste la maestosità! Si lega a noi con un laccio invisibile, un amore e un rispetto che ha fatto sì che anche mio fratello e la sua sposa decidessero di sposarsi lì, a Bominaco, nello splendido scenario di Santa Maria Assunta. Un pullman di invitati e la sposa sono arrivati dall'Appio Latino per la grande festa!
Nel 2009 io ero capo clan agli scout, quello che è il capo dei ragazzi più grandi, dai 17 ai 20 anni circa. Per Pasqua avevamo idea di andare a L'Aquila, approfittare della mia casa come appoggio e dedicarci a noi, al nostro percorso. Per una disgraziata mancanza di collegamento ferroviario la scelta è poi ricaduta su un luogo più vicino a Roma. Il 7 aprile 2009 alle 8 del mattino accendo il cellulare, per controllare che tutto fosse a posto e senza allarmi. Non so quante chiamate io abbia trovato. Gli sms erano 14.
Dove siete? Cosa è successo? Perché non hai il cellulare acceso? Chiamando a casa le parole di mia madre mi hanno messa in un grande lenzuolo felpato, avvolta dal quale una volta arrivata a Termini ho salutato i ragazzi e sono tornata a casa. Aprendo la porta, le immagini. Sangue, dolore, polvere, delirio, e io che non sentivo nulla. Nessuna emozione. Ero in pausa dalle emozioni. E casa? Come starà casa? Come staranno i vicini? E abbiamo davvero perso il Paradiso? Il coraggio di alzare il telefono non l'abbiamo avuto. Se non cinque giorni dopo. Giorni in cui non potevamo pensare ad altro se non a casa, a loro, ad ogni volto, ad ogni voce.
Un disastro. Chi era riuscito a rispondere al cellulare ci diceva che intorno era un disastro, che casa nostra era su, ma vai a sapere se dentro i pavimenti c'erano ancora!
Siamo riusciti a raggiungere casa, documenti alla mano, solo il 17 aprile. Con la pena e il magone nel cuore. Sull'autostrada noi e gli aiuti. Militari, Vigili del fuoco, ambulanze. E un grande buco nel cuore, nell'anima.
A L'Aquila est c'era il caos, le tende blu, le persone in strada, le tende private rimediate e montate. Ho avuto la sensazione che quello stesso Dio che me l'aveva fatta amare dalla nascita, che mi aveva regalato il Gran Sasso, il profumo della pioggia, il colore dei mille cieli, avesse appoggiato una mano, pesantemente. E dove le dita avevano affondato la materia, le case erano sbriciolate come un biscotto secco a terra calpestato. Accanto, tra un dito a l'altro, case in piedi,coi panni stessi. Per mesi e anni quei panni sono rimasti lì, stesi. L'Eurospin di Bazzano dev'essere stato sotto il pollice.....era andato giù tutto. E Onna, sulla destra. Paganica, San Gregorio a sinistra. Chissà perché si parla ancora solo di Onna, legittimo, per carità, ma poco o niente di San Gregorio, San Demetrio, Santo Stefano di Sessanio e la sua splendida torre medicea ora in briciole, Caporciano, Capestrano, Civita Retenga, Prata d'Ansidonia.
C'è un dolore che ancora accomuna tutte le vittime di questo terremoto. Se gli chiedi come va ti rispondono E come vuoi che vada? Nelle conversazioni, anche le più spensierate, c'è sempre, sempre, un “prima” e un “dopo”.
Il terremoto ha diviso l'esistenza di ognuno. Abbiamo visto gente ridere e promettere, abbiamo visto politici speculare, abbiamo visto inchieste accertare odorini di mafia nella ricostruzione. Sin dall'inizio abbiamo tutti sperato che non venisse strumentalizzata la tragedia, ma già dai giorni del G8 s'era capito che la battaglia era persa. Puoi portare capi di Stato in tour tra le macerie? Puoi permettere che tutti quegli occhi violino il dolore incomprensibile e impensabile di chi ha subito un simile trauma? Cosa ne è stato dello Stato? Per anni sono stata presa per esagerata. A Roma, 100 km più giù, l'informazione dava per certa e in atto la ricostruzione. Io portavo voci di nulla ed eco di pianto.
Non ho fatto foto, non ho mai fatto foto.Per paura che mi scambiassero per chi ancora di domenica viene a farsi le foto davanti alle case diroccate. Ma ho raccontato alla mia cerchia di amici, cercando di far capire che il dolore, lì, è rimasto. Che chi dice “Sono del sud, aspettano che li si aiuti, non si muovono loro” deve essere considerato un demente senza possibilità di essere preso sul serio. Ora, uscite a l'Aquila ovest e andate verso il centro, vi renderete conto che quella città meravigliosa ha ancora gli occhi spaventati e sbarrati.
L'Aquila è una donna profumata ed elegante ora a terra per le tante percosse subite e le ingiurie ricevute dopo. Gli Aquilani e chi è nei dintorni amano ogni grammo della propria terra e stanno rinascendo, nonostante tutto e tutti.
Il profondo rispetto per L'Aquila nasce dall'amore che ho per lei da sempre. Rispetto il suo dolore, rispetto il suo volersi ribellare. Io non vedo cambiamenti. Sento di persone vittime della depressione, di odi, di polveri. Vado in giro per le stradine dei paesi che amo e vedo puntellamenti, prefabbricati, occhi smarriti.
L'Aquila sta tornando a camminare piano piano, ma per favore, siate seriamente consapevoli dell'immensa paura, del profondo dolore, dell'impensabile tragedia.
Dio negli ultimi due anni ha mandato giù tanta neve, perché si vergognava di ciò che non è stato fatto e ha voluto coprire l'onta delle macerie per un po'. Poi i fiori lilla dell'oro prezioso dello zafferano, i mandorli in fiore, il profumo ti rimette al mondo nell'istante del respiro e prendi coraggio ogni giorno, rialzi lo sguardo e dici che forse questo sarà l'anno giusto... in cui i sorrisi torneranno, le macerie saranno portate via e i negozi riapriranno e io, finalmente, potrò tornare alla cioccolateria di Via Navelli, in quella che ancora è l'inaccessibile zona rossa del centro.
Auguratemelo!
Laura Mauti
Scrivere 'andare a L'Aquila' è una scelta stilisticasabato 14 settembre 2013
Absolute beginners
Il reportage fotografico dalle Discoteche Laziali di Roma.
I vincitori di "The Voice", Elhaida Dani, Timothy Cavicchini e Veronica De Simone, presentano i loro cd ai fan, dispensano autografi e si concedono per qualche scatto. (Raffaella Angelino)
martedì 10 settembre 2013
EsCAPE
Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.
Lavarsi per togliersi di dosso tutte le scorie dell’ultima giornata. Pulirsi. Rinnovarsi. Con l’aiuto dell’acqua fare scivolare addosso tutte quelle cose che da sole non scivolano. Ansie, paure, irrigidimenti, polvere, fango. Sangue.
Studiare per sperare in un domani migliore. Per capire cos’è successo, cosa accadrà. Cosa sta accadendo. Perché ostaggi del terrore e di un minuscolo angolo buio non vadano persi gli sconfinati lidi della passione e della fantasia, che anche il più piccolo degli angoli può contenere. Perché in quell’angolo, qualsiasi sia la sua grandezza, si sostituisca l’ottusità del “dovere” con l’acutezza dei “perché?”, trovando ognun per sé la retta via.
Giocare per cercare ancora altri rifugi, immaginando altre strade, altri volti, ma non altri visi. Per dimenticare. Forse per ridere. Per non piangere. Fregandosene degli avvertimenti e delle minacce, per dimostrare il proprio valore, e il proprio volere.
Preparare la tavola, per mangiare ovvio. Per parlare. Per ritrovare qualche momento di serenità perduta. Per convivialità, condita da un morso di pace e da un bicchiere di riso. Per nutrire. L’anima. A mezzogiorno, per potersi guardare negli occhi.
Ci sono cose da far di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per sentire.
Chiudere gli occhi per riposarli. Per riposarsi. Per provare se il trucco di magia funzioni realmente. Per provare a non essere più lì. Perché l’aria tersa e fumosa si fa via via sempre più insopportabile.
Dormire, per dormire. Sconnettersi dalla realtà rimanendone ancorati sul fondo. Per non far esplodere la dinamite nella testa. Non evadere, non fuggire. Dormire.
Avere sogni da sognare.
Orecchie per sentire i rumori sordi dei tuoni, o di checchessia. I messaggi radio. Contenitori che vibrano su mensole, che cadono da mensole, che perdono un’ansa. Per sentire l’ansia. Sono urne senza manico. Ulne senza radio. Orecchie per sentire il peso delle cose. La leggerezza e pesantezza del radio.
Ci sono cose da non fare mai.
Né di giorno né di notte,
né per mare né per terra.
Per esempio….
la guerra.
domenica 8 settembre 2013
Tibet
La questione tibetana
Nel 2011
Il governo cinese sta
lentamente logorando il popolo tibetano, negando loro ogni principale diritto umano.
In breve tempo questo popolo sarà estinto, infatti l’invasione cinese sta
diventando sempre più pressante. Il controllo è totale.
Al popolo cinese sono state
offerte sovvenzioni e particolari privilegi nel caso in cui decidessero di
trasferirsi in Tibet, come per esempio, viene loro concessa la possibilità di
procreare più di un figlio per famiglia, oppure vengono rilasciate con più
semplicità le licenze per le aperture di attività commerciali. Uscendo dal
centro storico della città di Lhasa, sono in continua espansione ampi quartieri
moderni popolati da comunità cinesi. Oramai nelle scuole primarie viene
insegnato solo la lingua cinese e quella inglese; la lingua tibetana viene così
sempre più discriminata e rischia di scomparire per sempre.
Il popolo tibetano è costretto a subìre numerosi soprusi da parte dell’esercito militare cinese; ad esempio, essi sono costantemente sorvegliati e sottomessi e durante tutto l’arco della giornata, truppe di soldati cinesi armate marciano per la città, anche a pochi metri dai luoghi sacri di preghiera. Inoltre, dopo l’esilio del Dalai Lama in India, non è più possibile esporre sue immagini in nessun luogo pubblico, ne’ privato.
Il popolo tibetano è costretto a subìre numerosi soprusi da parte dell’esercito militare cinese; ad esempio, essi sono costantemente sorvegliati e sottomessi e durante tutto l’arco della giornata, truppe di soldati cinesi armate marciano per la città, anche a pochi metri dai luoghi sacri di preghiera. Inoltre, dopo l’esilio del Dalai Lama in India, non è più possibile esporre sue immagini in nessun luogo pubblico, ne’ privato.
La forma di protesta più
utilizzata, soprattutto dai monaci, è quella di bruciarsi vivi di fronte i
palazzi di potere del governo cinese ma questo non è sufficiente a cambiare le
cose, le leggi non cambiano e se le cose continueranno in questo modo,
nell’arco di pochi decenni si rischierà la totale estinzione del popolo, della
cultura e della lingua tibetana.
Sono, inoltre, anche molto
scarsi gli aiuti esterni, da parte di altre nazioni, infatti la solidarietà
umana e la fratellanza viene messa in secondo piano, rispetto ai giochi di
potere e agli accordi internazionali.
Io sono stato in Tibet ed è
stato un viaggio importante, che ha aperto i miei orizzonti e che mi ha dato
modo di conoscere una cultura così ricca di sani princìpi.
Porterò sempre rispetto per
tutta quella gente che, in parte, ho conosciuto e non dimenticherò mai i loro
sguardi così fieri e lungimiranti, intensi e, nello stesso tempo, accoglienti.
Paolo Sirignani
venerdì 21 giugno 2013
Di overdose di cultura non è mai morto nessuno
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