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lunedì 30 settembre 2013
domenica 29 settembre 2013
Mind the gap: quel gradino fra uomini e donne
La disparità tra uomo e donna si vede ancora e questa volta è “in busta paga”. Pay gap è il nome della differenza retributiva fra professionisti di sesso diverso. Le lavoratrici, a parità di produttività e preparazione, hanno stipendi più bassi degli uomini. Questo il risultato del rapporto su "Il gap salariale nella transizione tra scuola e lavoro", presentato alla XIV Conferenza Europea della Fondazione Rodolfo De Benedetti. Incentrato sul problema della discriminazione nel mercato del lavoro, l’evento ha rivelato che la disparità salariale produce una diminuzione del 37 percento dei compensi delle collaboratrici rispetto ai colleghi maschi.
Insomma, le donne ne hanno fatta di strada dagli anni del "pane nero" eppure le differenze permangono. Lo studio della Fondazione ci spiega anche perché. La ragione si trova a monte, al momento di effettuare le proprie scelte professionali. La novità della ricerca, infatti, sta nell’evidenziare che spesso tale dislivello è una conseguenza delle scelte delle donne stesse, che preferiscono facoltà meno “redditizie”.L'analisi si è concentrata sui diplomati tra il 1985 e il 2005 di 13 licei classici e scientifici di Milano che hanno poi proseguito gli studi nelle cinque università cittadine. Sono tutti profili brillanti, già ben inseriti nel mondo del lavoro, autonomi nella vita come nel reddito. La realtà che emerge dallo studio è che le ragazze spesso tendono a scartare le facoltà legate a lavori a più alto reddito, come Medicina, Ingegneria, Economia e Matematica. Fatta eccezione per Medicina, dove le quote femminili e maschili si equivalgono, i percorsi di studio che portano a carriere più remunerative sono stati scelti dal 65 per cento dei ragazzi e solo dal 20 per cento delle loro compagne. Se invece focalizziamo l’analisi su indirizzi come Scienze dell'educazione, Scienze umanistiche, Architettura e Design, i risultati si capovolgono.
Secondo la ricerca dietro queste scelte troviamo donne meno competitive degli uomini e poco interessate alla selezione di un lavoro ben pagato a tutti i costi. Il nodo centrale della questione, secondo il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, resta la mancanza di infrastrutture che aiutino a conciliare la carriera con le responsabilità familiari.
Il tema del pay gap è una discriminazione diffusa in tutto il Vecchio Continente. Per questo il Parlamento europeo ha approvato di recente un testo che spinge la Commissione a combattere tale disparità. L’esecutivo comunitario intende ritoccare la direttiva dell'Unione europea (Ue 2006/54/CE) che si occupa di garantire il pari trattamento tra uomini e donne sul luogo di lavoro, senza tralasciare la busta paga. Sebbene la strada sia ancora in salita, secondo la risoluzione approvata a Strasburgo la riduzione delle disparità di genere porterà benefici alla società anche in termini economici.
Marica Servolini
venerdì 27 settembre 2013
Ritratto di donna, tra il Pci, la famiglia e una gatta
Non è mai facile parlare di se stesse. E non è facile riuscire a tenere d’occhio tutto quello che accade intorno. E’ come avere due occhi puntati sul mondo e altri due, fissi, sulla propria anima. Monica Granchi, con il suo racconto “Mio nonno era comunista” (Edizioni Effigi, 2013, pagg. 135, 10 euro) ci riesce alla perfezione. Con la sensibilità di chi nella vita si è persa e ritrovata, offre a chi legge queste pagine un ritratto di donna e al tempo stesso di una famiglia, di una società e, perché no, di una classe e di un periodo storico. Siamo nella Toscana che più rossa non si può (come ci ricorda anche la copertina disegnata da Staino), a Siena, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, con lucide incursioni in un presente senza bussola. Il periodo storico giusto per raccontare il momento di massimo splendore del Pci, la passione della politica e del far politica, le feste dell’Unità, la sezione, il “rigore” e la militanza delle compagne e dei compagni come il nonno materno, figura chiave nell’educazione di una bambina che diventa donna.
Donna tra le donne, tante, e di più generazioni, della famiglia allargata nella quale l’autrice ha vissuto. Presenze importanti, talvolta discrete e delicate, altre volte amorevolmente rivali, che possono condizionare la vita. Come la giovane zia, coetanea, praticamente una sorella. Una confusione di ruoli, di emozioni e sentimenti troppo spesso repressi.
Ma tanto è facile avere una vita piena, di gente, di cose da fare, di passioni, altrettanto è facile sentirla svuotata. Perdere il nonno comunista e gli altri punti di riferimento (ideologici e non), restare senza un lavoro e poi, fare a pezzi il proprio corpo, nel tentativo di farlo scomparire (con l’anoressia, per esempio) o di sottrarlo alle attenzioni del prossimo. «Se ci riuscite, state lontani e basta. La mia vita è così. Vivo in mezzo agli altri, isolata da un’aura che richiama attenzione e respinge il contatto».
Ma se una donna innamorata della sua gatta e straziata dalla sua morte, così legata alla sua storia da metterla in discussione, non ci permette di avvicinare il suo corpo, offre al mondo qualcosa di più prezioso: la sua anima. E consente di toccarla, fino a esserne travolte.
(Raffaella Angelino, pubblicato su giulia.globalist.it)
mercoledì 25 settembre 2013
Trentuno anni fa, la strage di Sabra e Shatila
«Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore». Così inizia la cronaca del massacro dei palestinesi nei campi profughi di Sabra e Shatila, in Libano che si è consumato nel settembre di 31 anni fa. Il giornalista Robert Fisk fu tra i primi ad entrare nel campo di Shatila alle porte di Beirut il 18 settembre e lo spettacolo che si trovò davanti fu atroce. Era stato uno sterminio di massa, un’atrocità, un crimine di guerra.
C’erano donne che giacevano nelle loro case, violentate prima di essere assasinate, bambini con le gole tagliate, file di giovani uomini fucilati dopo essere stati messi al muro per l’esecuzione. C’erano bambini gettati insieme ai mucchi di spazzatura, alle razioni militari lasciate dagli americani, equipaggiamenti israeliani e bottiglie di whisky.
Sono passati 31 anni dal massacro consumato impunemente a Sabra e Shatila tra enormi responsabilità militari e complicità politiche. L’operazione iniziò al tramonto di giovedì 16 settembre e terminò nel primo pomeriggio di sabato 18 settembre. L’esercito israeliano aveva circondato e chiuso ermeticamente i due campi e messo posti di osservazione sui tetti degli edifici dell’area, successivamente trasformata in un’isola violata dalle milizie «falangiste» libanesi che volevano vendicare l’assassinio, avvenuto due giorni prima, del loro leader, Bashir Gemayel. Il numero dei morti non fu mai esattamente accertato, ma si stima intorno ai tremila.
Dal 1982, il dramma è ancora vivo nei sopravvissuti, come quelle donne che ogni anno marciano silenziosamente nei vicoli di Shatila per ricordare i loro cari stringendo vecchie foto tra le mani.
Oggi, l’affollato campo profughi palestinese alle porte di Beirut, polvere su polvere, mattone dopo mattone, filo elettrico su filo elettrico vive in una dignitosa disperazione. Tra quei muri, o quello che ne resta, si respira ancora la guerra e il dolore di quel maledetto settembre dell’82. Un sacrario, voluto fortemente dallo scomparso giornalista del "Manifesto", Stefano Chiarini e dal Comitato per non dimenticare Sabra e Shatila serba il ricordo delle vittime di una violenza cieca e vigliacca contro i palestinesi, costretti a vivere come profughi, senza casa né diritti, in Libano e in tutto il Medioriente. Uomini e donne, bambini e bambine che non hanno mai messo piede nella loro terra, l’amata Palestina.
In Libano, l'Unrwa (United nations relief and works agency for Palestine refugees) stima che siano 455mila, sparsi in 12 campi profughi, una cifra che rappresenta circa il 10 per cento della popolazione libanese. Una massa di persone che vive ai margini: nei campi, il tasso di disoccupazione supera abbondantemente il 50%. La precarietà accende gli animi e per quanto la maggioranza dei palestinesi si tenga lontana dai conflitti interni al Libano, i campi profughi si ritrovano spesso al centro delle diatribe politiche.
In sostanza, la presenza dei profughi in Libano rimane uno dei nodi più importanti in qualsiasi futura trattativa, sia con gli israeliani, sia con i libanesi. Questioni centrali: il diritto al ritorno e, allo stesso tempo, la necessità di garantire ai rifugiati palestinesi una vita dignitosa in Libano, senza discriminazioni.
| Le madri di Sabra e Shatila, sopravvissute alla strage |
Sono passati 31 anni dal massacro consumato impunemente a Sabra e Shatila tra enormi responsabilità militari e complicità politiche. L’operazione iniziò al tramonto di giovedì 16 settembre e terminò nel primo pomeriggio di sabato 18 settembre. L’esercito israeliano aveva circondato e chiuso ermeticamente i due campi e messo posti di osservazione sui tetti degli edifici dell’area, successivamente trasformata in un’isola violata dalle milizie «falangiste» libanesi che volevano vendicare l’assassinio, avvenuto due giorni prima, del loro leader, Bashir Gemayel. Il numero dei morti non fu mai esattamente accertato, ma si stima intorno ai tremila.
Dal 1982, il dramma è ancora vivo nei sopravvissuti, come quelle donne che ogni anno marciano silenziosamente nei vicoli di Shatila per ricordare i loro cari stringendo vecchie foto tra le mani.
Oggi, l’affollato campo profughi palestinese alle porte di Beirut, polvere su polvere, mattone dopo mattone, filo elettrico su filo elettrico vive in una dignitosa disperazione. Tra quei muri, o quello che ne resta, si respira ancora la guerra e il dolore di quel maledetto settembre dell’82. Un sacrario, voluto fortemente dallo scomparso giornalista del "Manifesto", Stefano Chiarini e dal Comitato per non dimenticare Sabra e Shatila serba il ricordo delle vittime di una violenza cieca e vigliacca contro i palestinesi, costretti a vivere come profughi, senza casa né diritti, in Libano e in tutto il Medioriente. Uomini e donne, bambini e bambine che non hanno mai messo piede nella loro terra, l’amata Palestina.
In Libano, l'Unrwa (United nations relief and works agency for Palestine refugees) stima che siano 455mila, sparsi in 12 campi profughi, una cifra che rappresenta circa il 10 per cento della popolazione libanese. Una massa di persone che vive ai margini: nei campi, il tasso di disoccupazione supera abbondantemente il 50%. La precarietà accende gli animi e per quanto la maggioranza dei palestinesi si tenga lontana dai conflitti interni al Libano, i campi profughi si ritrovano spesso al centro delle diatribe politiche.
In sostanza, la presenza dei profughi in Libano rimane uno dei nodi più importanti in qualsiasi futura trattativa, sia con gli israeliani, sia con i libanesi. Questioni centrali: il diritto al ritorno e, allo stesso tempo, la necessità di garantire ai rifugiati palestinesi una vita dignitosa in Libano, senza discriminazioni.
(Raffaella Angelino)
sabato 14 settembre 2013
Impressioni di (11) settembre
Un cileno, un esule - uno dei tanti - vittima del golpe dell’11 settembre 1973, scrive una lettera di cordoglio agli americani, vittime dell’11 settembre 2001. E’ la trama del cortometraggio di Ken Loach, l’undicesima parte di un film dedicato al ricordo del tragico attacco alle Twin Towers. Un film da rivedere almeno una volta all'anno.
11’09”01 è un film corale, composto da 11 corti di 11 diversi registi, ciascuno della durata di 11 minuti e 9 secondi ed 1 fotogramma: una struttura che spiega il titolo. Tuttavia, l’anniversario dell’attacco al World Trade Centre di New York ha spinto la fantasia degli undici registi provenienti da tutto il mondo ben oltre quel terribile evento.
Il film non è antiamericano, né concede nulla al terrorismo: ma se dalle storie trasuda pietà per le innocenti vittime di New York, gli 11 episodi invitano a non dimenticare i tanti “11 settembre” che si sono consumati e si consumano in altri luoghi, con migliaia, milioni di morti innocenti, oscuri.
In 30mila persero la vita in Cile in seguito al golpe orchestrato dal regime sanguinario di Pinochet sostenuto dagli Usa di Nixon. Anche allora i “nemici della libertà” colpirono con gli aerei. Nelle parole di Pablo, uno dei tanti torturati dal regime cileno, il regista Ken Loach racchiude quel filo rosso che unisce i due anniversari, i due martedì 11 settembre che hanno cambiato e distrutto molte vite.
(Raffaella Angelino)«Care madri, cari padri e persone care di coloro che sono morti l’11 settembre, sono cileno, vivo a Londra e vorrei dirvi che forse abbiamo qualcosa in comune. I vostri cari sono stati assassinati come lo furono i miei, abbiamo anche la data in comune: l’11 settembre, martedì 11 settembre. Nel 1970 ci furono le elezioni, io avevo 18 anni e votavo per la prima volta. Avevamo un bellissimo sogno: costruire una società in cui tutti potessero condividere il frutto del proprio lavoro, le ricchezze del Paese. Così quel settembre del ’70 andammo tutti a votare e vincemmo.C’era il latte e la scuola per i figli, le terre incolte vennero distribuite ai contadini senza terra, le miniere di rame e di carbone e le principali industrie divennero proprietà di tutti noi, per la prima volta nella loro vita le persone avevano una dignità. Ma non sapevamo quanto questo fosse pericoloso. Il vostro segretario di Stato, Henry Kissinger, disse: non vedo come si possa stare fermi a guardare mentre un Paese cade nelle mani dei comunisti grazie all’irresponsabilità del suo stesso popolo. Le nostre scelte democratiche, i nostri voti non erano rilevanti. Il mercato, i profitti sono più importanti della democrazia, il nostro dolore, il vostro dolore furono legalizzati. Il vostro presidente, Nixon, affermò che avrebbe fatto crollare la nostra economia, la Cia ricevette istruzioni di attivarsi per organizzare un’insurrezione militare, un colpo di Stato. Oltre 10 milioni di dollari furono stanziati per sbarazzarsi del nostro presidente, Salvador Allende.
Amici, i vostri leader decisero di distruggerci, provocarono uno sciopero dei trasporti che finì quasi per paralizzare la nostra economia, bloccarono gli scambi delle merci nel nostro Paese creando il caos, si unirono a quanti nel nostro Paese non avevano accettato la nostra vittoria, i vostri dollari foraggiavano gruppi neofascisti che portavano la violenza nelle strade e mettevano bombe nelle fabbriche e nelle centrali elettriche.Incredibilmente la cosa non funzionò. Nelle elezioni amministrative il consenso popolare addirittura aumentò, e che cosa fecero gli Stati Uniti? L’11 settembre i nemici della libertà compirono un atto di guerra contro il nostro Paese. Alle prime luci dell’alba truppe corazzate avanzarono contro il nostro palazzo presidenziale: Allende, i suoi ministri e consiglieri erano all’interno. Allende non fuggì mentre il palazzo della Moneda veniva bombardato. Fu assassinato. Fu assassinato martedì, anche da noi accadde un martedì, l’11 settembre del ’73, un giorno che distrusse le nostre vite per sempre.Mi spararono ad un ginocchio e poi mi sbatterono la testa contro l’asfalto lurido della strada, me la sbatterono non so quante volte, finché non persi conoscenza. Un giorno in prigione mi issai sulle sbarre della finestra e vidi fuori un amico che veniva trascinato per le braccia, non poteva camminare, gli avevano spezzato le ossa, sanguinava dalle orecchie poi lo assassinarono. Sapemmo dei campi di tortura comandati da ufficiali addestrati nelle scuole militari americane, sapemmo di quelli sbudellati gettati dagli elicotteri in volo, di quelli torturati davanti ai loro figli e alle loro mogli. Sapete che cosa facevano? Collegavano fili elettrici ai genitali, mettevano topi nelle vagine delle donne, addestravano i cani a stuprare le donne. E poi sapemmo della carovana della morte, del generale che andava di città in città ordinando esecuzioni a caso. 30 mila persone furono assassinate, 30 mila.Il vostro ambasciatore in Cile protestò per le torture ma Kissinger replicò: ditegli di non mettersi a fare lezioni di scienze politiche. Il generale Pinochet, che aveva guidato il colpo di Stato, accolse sorridendo il segretario di Stato che si congratulò con lui per il lavoro ben fatto e i dollari ricominciarono a fluire verso il Cile. Mi chiamarono terrorista, mi condannarono al carcere a vita senza processo né difesa, fui rilasciato dopo cinque anni ma dovetti abbandonare il Paese per la sicurezza dei miei amici.Ora non posso tornare in Cile anche se ci penso continuamente. Il Cile è la mia casa ma cosa sarebbe dei miei figli? Loro sono nati qui a Londra, non posso condannarli all’esilio come fu per me, non posso farlo ora anche se con tutto il mio cuore vorrei tornare a casa. Sant’Agostino diceva: la speranza ha due bellissimi figli, lo sdegno e il coraggio, sdegno per le cose come sono e coraggio per cambiarle.Madri, padri e persone care di coloro che sono morti a New York, presto sarà il 29 anniversario del nostro martedì 11 settembre, e il primo anniversario del vostro. Noi vi ricorderemo, spero che voi vi ricordiate di noi, Pablo».
martedì 10 settembre 2013
EsCAPE
Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.
Lavarsi per togliersi di dosso tutte le scorie dell’ultima giornata. Pulirsi. Rinnovarsi. Con l’aiuto dell’acqua fare scivolare addosso tutte quelle cose che da sole non scivolano. Ansie, paure, irrigidimenti, polvere, fango. Sangue.
Studiare per sperare in un domani migliore. Per capire cos’è successo, cosa accadrà. Cosa sta accadendo. Perché ostaggi del terrore e di un minuscolo angolo buio non vadano persi gli sconfinati lidi della passione e della fantasia, che anche il più piccolo degli angoli può contenere. Perché in quell’angolo, qualsiasi sia la sua grandezza, si sostituisca l’ottusità del “dovere” con l’acutezza dei “perché?”, trovando ognun per sé la retta via.
Giocare per cercare ancora altri rifugi, immaginando altre strade, altri volti, ma non altri visi. Per dimenticare. Forse per ridere. Per non piangere. Fregandosene degli avvertimenti e delle minacce, per dimostrare il proprio valore, e il proprio volere.
Preparare la tavola, per mangiare ovvio. Per parlare. Per ritrovare qualche momento di serenità perduta. Per convivialità, condita da un morso di pace e da un bicchiere di riso. Per nutrire. L’anima. A mezzogiorno, per potersi guardare negli occhi.
Ci sono cose da far di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per sentire.
Chiudere gli occhi per riposarli. Per riposarsi. Per provare se il trucco di magia funzioni realmente. Per provare a non essere più lì. Perché l’aria tersa e fumosa si fa via via sempre più insopportabile.
Dormire, per dormire. Sconnettersi dalla realtà rimanendone ancorati sul fondo. Per non far esplodere la dinamite nella testa. Non evadere, non fuggire. Dormire.
Avere sogni da sognare.
Orecchie per sentire i rumori sordi dei tuoni, o di checchessia. I messaggi radio. Contenitori che vibrano su mensole, che cadono da mensole, che perdono un’ansa. Per sentire l’ansia. Sono urne senza manico. Ulne senza radio. Orecchie per sentire il peso delle cose. La leggerezza e pesantezza del radio.
Ci sono cose da non fare mai.
Né di giorno né di notte,
né per mare né per terra.
Per esempio….
la guerra.
martedì 30 luglio 2013
Il Vaticano apre ai matrimoni gay. Tanto Bergoglio non giudica
Presto si potranno celebrare le prime nozze tra persone dello stesso sesso nella Basilica di San Pietro. Due uomini, vestiti in frac, diranno il loro "Sì all’amore eterno" direttamente a Papa Francesco. Tanto lui non giudica.
Sono bastate poche parole del Pontefice per appiccare un fuoco di paglia. Perché di questo si tratta. Ad una domanda sull’omosessualità infatti Bergoglio non ha fatto che confermare la linea della Chiesa Cattolica. <<Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?>>, queste le parole del Papa. Parole che sono state poi ripresentate dalla maggior parte dei media in forma abbreviata solo con <<io non giudico i gay>>. Come se fosse lo stesso. In realtà in questa frase c’è tutta l’essenza discriminatoria della Chiesa Cattolica, che Bergoglio ha riconfermato esplicitamente. L’omosessuale deve infatti cercare il Signore e a questa condizione Bergoglio non giudicherà, con tanto di “se” ad iniziare la frase. Dunque ritorniamo punto a capo: un gay può essere gay nella Chiesa Cattolica, ma sapete cosa deve fare? Rinunciare ai rapporti sessuali e ai propri diritti. Bergoglio ha per caso detto “si al sesso tra due uomini o tra due donne”? O per caso ha parlato di unioni civili, matrimoni e adozioni omogenitoriali? No, ha semplicemente riproposto la vecchia bigotta linea cattolica. Niente di innovativo.
Se magari le televisioni ci iniziassero a presentare Bergoglio per quello che è oggi sapremmo di più sulla sua omofobia. Qualche mese prima della sua elezione al trono papale denunciava:
<<Il popolo argentino dovrà affrontare nelle prossime settimane una situazione il cui esito può seriamente ferire la famiglia. Si tratta del disegno di legge che permetterà il matrimonio a persone dello stesso sesso. È in gioco quil’identità e la sopravvivenza della famiglia: padre, madre e figli. È in gioco la vita di molti bambini che saranno discriminati in anticipo e privati della loro maturazione umana che Dio ha voluto avvenga con un padre e con una madre. È in gioco il rifiuto totale della legge di Dio, incisa anche nei nostri cuori.>>
aggiungendo:
<<Qui pure c’è l’invidia del Demonio, attraverso la quale il peccato entrò nel mondo: un’invidia che cerca astutamente di distruggere l’immagine di Dio, cioè l’uomo e la donna che ricevono il comando di crescere, moltiplicarsi e dominare la terra. Non siamo ingenui: questa non è semplicemente una lotta politica, ma è un tentativo distruttivo del disegno di Dio>>
e concludendo:
<<Guardiamo a san Giuseppe, a Maria e al Bambino e chiediamo loro con fervore di difendere la famiglia argentinain questo particolare momento. Ricordiamo ciò che Dio stesso disse al suo popolo in un momento di grande angoscia: «Questa guerra non è vostra, ma di Dio». Che ci soccorrano, difendano e accompagnino in questa guerra di Dio>>.
Ho trovato producente riportare le frasi per intero sul matrimonio tra persone dello stesso sesso in Argentina, a differenza di quanto fatto con il “non giudizio” di Bergoglio. Parole come “distruttivo” e “guerra” fanno ben capire di che pasta sia fatto il Papa. E sono dichiarazioni recenti, del marzo 2013.
Ritornando all’intervista del “non giudizio” il Pontefice ha riesumato anche il tema della lobby gay in Vaticano, che qualche settimana fa aveva “scoperto”. Senza scendere nel dettaglio e evitando di analizzare il modo per cui una lobby può essere facilmente usata come capro espiatorio in uno Stato, soprattutto se monarchico assoluto come il Vaticano, è interessante soffermarsi sull’”esistenzialità” stessa della lobby. Bergoglio ha infatti detto che non sa bene ancora come sia composta e strutturata. Ah! bella notizia insomma! Denunciare qualcosa neanche sapendo di cosa si tratti!
Altra affermazione gravissima del Papa, che non abbiamo notato, è stata, riferendosi all’omosessualità,: <<Quando uno si trova perso così va aiutato>>. Perso? Aiutato? Bisogna tornare sulla retta via quindi? E quale sarebbe? Forse Francesco non sa che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha già affermato da tempo come l’omosessualità sia naturale. Non c’è nulla che si è perso. E magari l’aiuto sarebbe proprio la tutela da offrire contro le parole omofobe di Sua Santità!
Fortunatamente poi Bergoglio ha detto che gli omosessuali, essendo fratelli, non vanno discriminati – in realtà ha usato la parola ”emarginati”, ma successivamente è stato smentito, per tornare alla versione originale del catechismo. Magari Bergoglio ci avrebbe dovuto anche spiegare come si fa a non discriminare, sempre seguendo il “Signore”, una coppia che magari sta insieme da 50 anni senza alcun diritto. Oppure una coppia che ha un bambino legalmente figlio di solo uno dei partner, che, se muore, se ne va dritto dritto in orfanotrofio alla faccio dell’altro genitore.
Bergoglio poi ci deve spiegare le sue stesse parole discriminanti sul matrimonio tra persone dello stesso sesso in Argentina e magari anche quelle di Giovanni Paolo II, che vedeva le unioni gay come cultura della morte. Toh! Proprio quel Giovanni Paolo II che vuole far santo!
C’è da capire che Bergoglio, come dice Aldo Giannulli nel suo libro su Papa Francesco, è un gesuita e il più grande “dono” dei gesuiti è l’ambiguità. Se bussiamo alla porta di un gesuita, dice Giannulli, che non vuole riceverci ci sarà detto: <<Non c’è>>, invece che <<non c’è per te>>. Semplicemente con un omissione, e non una menzogna ce ne andremo contenti. Un episodio simile è accaduto con l’esorcismo che Francesco avrebbe praticato. Lui non ha detto di averlo fatto. Ma neanche di non averlo fatto. La smentita è arrivata solo da altri esponenti della Chiesa. Così chi ha voluto vedere l’esorcismo l’ha visto. Chi non ha voluto non l’ha visto. E tutti contenti. E così chi ha voluto vedere un’apertura sui gay l’ha vista, chi non ha voluto ha letto la frase per intero e non l’ha vista. E di nuovo tutti contenti.
L’ambiguità è la caratteristica principale di Bergoglio. La Chiesa ha bisogno di recuperare fedeli, sia che siano pro-esorcismo, sia che siano contro. Sia che siano omofobi, sia che siano gay friendly. Poco importa se poi nell’enciclica scritta a quattro mani con Ratzinger, la Lumen Fidei, si ribadisca la posizione contraria al matrimonio tra persone dello stesso sesso. L’importante è apparire in televisione in maniera positiva, far pendere dalle proprie labbra in modo da distogliere l’attenzione sugli scandali, ad esempio, dello IOR. Tanto c’è la lobby gay da incolpare. E in fondo chi sono io per giudicare il Papa?
venerdì 21 giugno 2013
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