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lunedì 30 settembre 2013

Eliminare la violenza sulle donne. Il Decreto legge 93 non è sufficiente

Lo scorso 26 settembre ancora un’estrema violenza nei confronti di una donna, questa volta in provincia di Piacenza. A Castelvetro Piacentino Cinzia Agnoletti muore in casa, uccisa dal compagno.
Le parole che risuonano sono sempre le stesse: ennesima lite, raptus, dramma.
Tutto disperatamente vero, ormai un’amara consuetudine.
Il nostro bel paese nei primi sei mesi del 2013 conta già 81 donne vittime di omicidio secondo i dati raccolti esclusivamente dalla stampa, poiché non esiste un sistema efficace e uniforme per raccoglierli ufficialmente. Così come non abbiamo un reale progetto politico contro la violenza di genere.
Quello che poteva essere un piccolo passo in avanti a tal proposito era il decreto legge n.93 del 14 agosto 2013 con disposizioni in materia di violenza contro le donne, che doveva approdare alla Camera dei deputati proprio il 26 settembre. La votazione però è stata posticipata al 2 ottobre a causa dei 414 emendamenti presentati alle commissioni Giustizia e Affari Costituzionali, che dovranno quindi esaminarli.

Se si legge, anche solo velocemente, il testo del decreto (http://www.gazzettaufficiale.it/) si capisce perché piovono critiche. È subito evidente la disorganicità del testo e si nota la mancanza di considerazione e di partecipazione delle associazioni e di tutte le realtà che ogni giorno affiancano le donne nella lotta contro la violenza. Emerge la centralità delle misure punitive, una fra tutte l’obbligo d’arresto in flagranza di reato per maltrattamenti domestici e per stalking. Questa linea molto repressiva, come si legge nel testo “per finalità dissuasive”, non ha però molta efficacia nei reati di genere e non risponde alla necessità più grande di prevenzione della violenza sulle donne.
I primi quattro articoli del testo apportano indubbiamente importanti modifiche sul piano penale e processuale, che secondo il forum delle donne giuriste con opportune integrazioni possono rappresentare strumenti utili nella difesa delle donne. S’introducono per esempio aggravanti di pena per i reati di maltrattamento, violenza sessuale e stalking se commessi sulla donna in gravidanza, legata e/o stata legata al colpevole da relazione affettiva e se compiuti su/o in presenza di minori. E’ prevista la rilevanza penale per atti persecutori attuati attraverso strumenti informatici o telematici. Le notifiche di tutto il percorso giudiziario raggiungono anche la vittima. Peccato però che all’articolo 5 si legga che l’attuazione delle disposizioni avverrà “senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Come si può predisporre un piano d’urgenza senza alcuna risorsa finanziaria?
A causa della confusione con cui è stato redatto, il decreto rischia così di non arrivare mai alla conversione in legge, che deve avvenire entro il 15 ottobre. Eppure bastava semplicemente seguire le indicazioni in materia di prevenzione e contrasto della violenza sulle donne che si trovano nella Convenzione di Istanbul (approvata dall’Italia nel maggio 2013).
Quello che si vuole far passare per via mediatica come un’emergenza improvvisa è in realtà un radicamento culturale della discriminazione, sotto tutte le forme, della donna in quanto donna. Ciò che serve immediatamente è una politica coordinata tra istituzioni e società civile, che miri all’eliminazione definitiva dei pregiudizi e degli stereotipi culturali, che producono poi i più violenti maltrattamenti sulle donne.
Federica Fiorilli

domenica 29 settembre 2013

Mind the gap: quel gradino fra uomini e donne

La disparità tra uomo e donna si vede ancora e questa volta è “in busta paga”. Pay gap è il nome della differenza retributiva fra professionisti di sesso diverso. Le lavoratrici, a parità di produttività e preparazione, hanno stipendi più bassi degli uomini. Questo il risultato del rapporto su "Il gap salariale nella transizione tra scuola e lavoro", presentato alla XIV Conferenza Europea della Fondazione Rodolfo De Benedetti. Incentrato sul problema della discriminazione nel mercato del lavoro, l’evento ha rivelato che la disparità salariale produce una diminuzione del 37 percento dei compensi delle collaboratrici rispetto ai colleghi maschi.

Insomma, le donne ne hanno fatta di strada dagli anni del "pane nero" eppure le differenze permangono. Lo studio della Fondazione ci spiega anche perché. La ragione si trova a monte, al momento di effettuare le proprie scelte professionali. La novità della ricerca, infatti, sta nell’evidenziare che spesso tale dislivello è una conseguenza delle scelte delle donne stesse, che preferiscono facoltà meno “redditizie”.

L'analisi si è concentrata sui diplomati tra il 1985 e il 2005 di 13 licei classici e scientifici di Milano che hanno poi proseguito gli studi nelle cinque università cittadine. Sono tutti profili brillanti, già ben inseriti nel mondo del lavoro, autonomi nella vita come nel reddito. La realtà che emerge dallo studio è che le ragazze spesso tendono a scartare le facoltà legate a lavori a più alto reddito, come Medicina, Ingegneria, Economia e Matematica. Fatta eccezione per Medicina, dove le quote femminili e maschili si equivalgono, i percorsi di studio che portano a carriere più remunerative sono stati scelti dal 65 per cento dei ragazzi e solo dal 20 per cento delle loro compagne. Se invece focalizziamo l’analisi su indirizzi come Scienze dell'educazione, Scienze umanistiche, Architettura e Design, i risultati si capovolgono.

Secondo la ricerca dietro queste scelte troviamo donne meno competitive degli uomini e poco interessate alla selezione di un lavoro ben pagato a tutti i costi. Il nodo centrale della questione, secondo il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, resta la mancanza di infrastrutture che aiutino a conciliare la carriera con le responsabilità familiari.

Il tema del pay gap è una discriminazione diffusa in tutto il Vecchio Continente. Per questo il Parlamento europeo ha approvato di recente un testo che spinge la Commissione a combattere tale disparità. L’esecutivo comunitario intende ritoccare la direttiva dell'Unione europea (Ue 2006/54/CE) che si occupa di garantire il pari trattamento tra uomini e donne sul luogo di lavoro, senza tralasciare la busta paga. Sebbene la strada sia ancora in salita, secondo la risoluzione approvata a Strasburgo la riduzione delle disparità di genere porterà benefici alla società anche in termini economici.

Marica Servolini

Le aziende sui social network: caccia al profilo aggiornato

Nell’era del web 2.0 anche la domanda e l’offerta di lavoro si incontrano sui social network, ma otto manager su dieci non si fidano dei dettagli pubblicati. In un recente sondaggio realizzato dalle maggiori società di recruitment sono stati coinvolti i direttori finanziari di grandi aziende italiane e straniere. Interrogati sui nuovi media quali strumenti per veicolare le candidature, spesso i manager trovano il web ricco di competenze poco aggiornate o esagerate e difficilmente verificabili.


Fra i mezzi più utilizzati LinkedIn resiste in vetta alle classifiche.  Alla vigilia dei suoi dieci anni di attività,  la rete ha i suoi vantaggi perché amplifica il bacino di candidati disponibili. Ma la verifica dei curricula non è sempre agevole. Il crogiolo di avatar a portata di “clic”, infatti, non è sempre sinonimo di qualità professionale, perché dietro lo schermo del computer anche il professionista più risoluto avrà azzardato l’ipotesi di imbellettare il suo profilo. Nonostante gli innegabili vantaggi della rete, i manager non sono di facili entusiasmi, perché  di fatto non hanno un sistema che permetta di verificare le informazioni che leggono. Questo è quanto ha dichiarato il 61 % degli intervistati, mentre gli altri si dividono fra  chi denota la mancanza di aggiornamenti puntuali delle attività e chi sospetta che si “ricami” un pò troppo sulle proprie competenze. 

Internet costituisce una vera e propria cassa di risonanza  che amplifica i rapporti sociali. I social network, in particolare, facilitano il flusso d’informazioni e la possibilità di contattare persone molto distanti fra loro, come i responsabili dei servizi nelle aziende. Relazionarsi online significa anche entrare in contatto con figure utili alla propria crescita professionale in un ambiente in cui la comunicazione è immediata e veloce. In particolare, LinkedIn è considerato un mezzo imbattibile per valorizzare le proprie abilità e mantenere aggiornato il network di relazioni. Fra gli aspetti decisivi per giudicare un profilo sul portale, i recruiter prediligono l’esperienza, che supera anche il percorso di studi e la conferma delle competenze da parte dei colleghi. Dunque, il segreto per rendere appetibile la vostra pagina professionale sarà un costante lavoro sui dettagli per aggiornare le vostre esperienze affinché gli headhunter delle maggiori aziende abbiano pane per i loro denti.   

Marica Servolini

Monsanto. What else?


Un nome, una rassicurazione. Ad oggi multinazionale americana di biotecnologie agrarie. Fin qui tutto bene. Quello che la maggior parte delle persone non sa è che è una produttrice di sementi transgeniche.
Un po’ di storia.

Famosa all’inizio del ‘900 per essere la maggiore fornitrice di saccarina (prodotto che, secondo 70 diversi studi scientifici, provoca il cancro nei ratti e nei mammiferi), vanillina e caffeina alla Coca Cola. Solo qualche anno più tardi espande oltreoceano il suo impero producendo nientemeno che aspirina e addirittura gomma nei suoi stabilimenti in Galles.

Nei ruggenti anni ’20 inizia a produrre acido solforico, fibre sintetiche e policlorobifenili (PCB), liquidi refrigeranti per trasformatori elettrici. 50 anni più tardi gli Stati Uniti ne vietano la produzione, attribuendo al prodotto il potere nefasto di provocare cancro, malattie del fegato e malattie neurologiche.

Morale della favola, la Monsanto paga i danni risarcendo 600 milioni di dollari agli abitanti di Anniston (Alabama), sede della produzione.
Nel 1941 la Monsanto ha la brillante idea di cominciare a produrre plastica e polistirolo sintetico per imballare gli alimenti. Produzione ancora in corso, nonostante sia classificato quest’ultimo come uno dei cinque prodotti più inquinanti di sempre.

Tra il ’43 e il ’45 si dedicò alla purificazione e produzione di plutonio ed inneschi per armi nucleari.

Nel frattempo, nel 1944 comincia a produrre il DDT, prodotto che uccide le zanzare portatrici di malaria e il più usato come insetticida in agricoltura. Come è noto il DDT provoca, tra le altre cose infertilità e mortalità neonatale. Produzione vietata negli stati uniti dal 1972.

Nel 1945 promuove caldamente l’uso di pesticidi chimici in agricoltura contenenti diossina, elemento che entra con facilità nella catena alimentare depositandosi nel tessuto adiposo degli animali da allevamento. Essa causa problemi al sistema immunitario, di riproduzione e sviluppo.

Negli anni ’60 è protagonista di un atro disastro ambientale ed epocale, comincia a produrre l’Agente Orange, nota arma chimica ampiamente utilizzata nella guerra del Vietnam. Le conseguenze furono disastrose, 400 mila persone uccise e mutilate, 500 mila bambini con difetti alla nascita, 1 milione di persone diversamente abili.
Nello stesso periodo produce fertilizzanti a base di petrolio, dopo aver acquistato una raffineria, con conseguenze devastanti per la terra, che risulta, a distanza di anni, impoverita e non più fertile.
Nel 1965, acquistando la multinazionale farmaceutica GD Searl, cominciò a commercializzare l’aspartame, noto dolcificante non calorico, dichiarato sicuro da 90 Paesi. Solo negli anni ’90 il Dipartimento di Salute e Servizi Sociali degli Stati Uniti pubblica un’inquietante lista dei circa 90 effetti collaterali che provoca questa sostanza sull’essere umano.

Negli anni a seguire produce e vende l’ormone della crescita bovina, iniettato nelle mucche da latte per aumentare la produzione. Ultimamente è stato riscontrato un collegamento tra l’assunzione del latte “geneticamente modificato” e il cancro della mammella, del colon e della prostata.

Torniamo ai giorni nostri. La pluri inquisita Monsanto produce attualmente il 40% delle sementi (rigorosamente OGM) utilizzate nelle culture degli Stati Uniti, ad oggi è un impero industriale con sedi 46 paesi ed un fatturato di 7,5 miliardi annui.

L’unica cosa positiva è che la Monsanto in Europa ha gettato la spugna (si spera). Le sementi della multinazionale non saranno più impiantate nei campi europei!
E gli ambientalisti? Si stanno muovendo già da qualche tempo, organizzando in tutto in mondo marce di protesta contro la Monsanto. Queste iniziative sono state proposte dal gruppo Occupy Monsanto dopo il famoso “Monsanto Protection Act” firmato da Obama lo scorso 26 marzo, che permette al Dipartimento dell’Agricoltura di dare il via libera alla vendita indifferenziata di semi OGM.

La prossima marcia di protesta avverrà il 12 ottobre 2013 in tutto il mondo. Save the date! 

Il sito della protesta:March against Monsanto 
La pagina FB: March against Monsanto 

Elisa Zuccari 

sabato 28 settembre 2013

"Sci...in acqua!" di Tania Servidei

Reportage fotografico di una performance di sport estremo in Norvegia.
 
 

mercoledì 25 settembre 2013

Trentuno anni fa, la strage di Sabra e Shatila

«Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore». Così inizia la cronaca del massacro dei palestinesi nei campi profughi di Sabra e Shatila, in Libano che si è consumato nel settembre di 31 anni fa. Il giornalista Robert Fisk fu tra i primi ad entrare nel campo di Shatila alle porte di Beirut il 18 settembre e lo spettacolo che si trovò davanti fu atroce. Era stato uno sterminio di massa, un’atrocità, un crimine di guerra.
Le madri di Sabra e Shatila, sopravvissute alla strage
C’erano donne che giacevano nelle loro case, violentate prima di essere assasinate, bambini con le gole tagliate, file di giovani uomini fucilati dopo essere stati messi al muro per l’esecuzione. C’erano bambini gettati insieme ai mucchi di spazzatura, alle razioni militari lasciate dagli americani, equipaggiamenti israeliani e bottiglie di whisky.
Sono passati 31 anni dal massacro consumato impunemente a Sabra e Shatila tra enormi responsabilità militari e complicità politiche. L’operazione iniziò al tramonto di giovedì 16 settembre e terminò nel primo pomeriggio di sabato 18 settembre. L’esercito israeliano aveva circondato e chiuso ermeticamente i due campi e messo posti di osservazione sui tetti degli edifici dell’area, successivamente trasformata in un’isola violata dalle milizie «falangiste» libanesi che volevano vendicare l’assassinio, avvenuto due giorni prima, del loro leader, Bashir Gemayel. Il numero dei morti non fu mai esattamente accertato, ma si stima intorno ai tremila.
Dal 1982, il dramma è ancora vivo nei sopravvissuti, come quelle donne che ogni anno marciano silenziosamente nei vicoli di Shatila per ricordare i loro cari stringendo vecchie foto tra le mani.
Oggi, l’affollato campo profughi palestinese alle porte di Beirut, polvere su polvere, mattone dopo mattone, filo elettrico su filo elettrico vive in una dignitosa disperazione. Tra quei muri, o quello che ne resta, si respira ancora la guerra e il dolore di quel maledetto settembre dell’82. Un sacrario, voluto fortemente dallo scomparso giornalista del "Manifesto", Stefano Chiarini e dal Comitato per non dimenticare Sabra e Shatila serba il ricordo delle vittime di una violenza cieca e vigliacca contro i palestinesi, costretti a vivere come profughi, senza casa né diritti, in Libano e in tutto il Medioriente. Uomini e donne, bambini e bambine che non hanno mai messo piede nella loro terra, l’amata Palestina.
In Libano, l'Unrwa (United nations relief and works agency for Palestine refugees) stima che siano 455mila, sparsi in 12 campi profughi, una cifra che rappresenta circa il 10 per cento della popolazione libanese. Una massa di persone che vive ai margini: nei campi, il tasso di disoccupazione supera abbondantemente il 50%. La precarietà accende gli animi e per quanto la maggioranza dei palestinesi si tenga lontana dai conflitti interni al Libano, i campi profughi si ritrovano spesso al centro delle diatribe politiche.
In sostanza, la presenza dei profughi in Libano rimane uno dei nodi più importanti in qualsiasi futura trattativa, sia con gli israeliani, sia con i libanesi. Questioni centrali: il diritto al ritorno e, allo stesso tempo, la necessità di garantire ai rifugiati palestinesi una vita dignitosa in Libano, senza discriminazioni.
(Raffaella Angelino)

domenica 15 settembre 2013

Dichiarazione d'amore per L'Aquila

Tanti tanti anni fa un mio capo scout mi disse che quando sei innamorato lo capisci subito perché non vedi l'ora di rivedere l'oggetto del tuo desiderio e quando ce l'hai accanto stai bene e nemmeno un temporale potrebbe scalfire il tuo buonumore.
Io L'Aquila la conosco da sempre. E ne sono innamorata. Prima che nascessi, i miei nonni partivano felici verso Campotosto, ospiti degli amici di sempre e così è stato per anni e anni. Il Lago di Campotosto e la grande casa bianca che ancora primeggia, hanno fatto parte delle mie estati da sempre e L'Aquila era il premio ambito. La passeggiata al centro della città era un evento, lo aspettavo sempre.
Vicino casa
Poi si cresce, si cerca di fuggire dalla famiglia e dalle sue abitudini, finché un amore più grande di ogni possibile comprensione non ha legato i miei genitori ad una casa nella splendida Piana di Navelli, dove zafferano e mandorli imperano solennemente colorati. Per noi che non siamo parenti di nessuno lì, per noi che siamo semplicemente innamorati da quarant'anni. Sempre Abruzzo, sempre L'Aquila. E' un filo che non si è mai spezzato, è un amore, una passione.

E' la gioia di vedere L'Aquila la colta e la ricca, la serenità di non sentire rumori di città, la gioia di respirare aria degna di questo nome. Io lo chiamo Paradiso, perché sono certa che il Paradiso, Dio, lo ha immaginato proprio così, copiandolo un giorno che, stanco di cercare, si sedette sul Corno Grande. Il verde dei prati, ogni tanto una chiesetta sul Tratturo, e maestosa la Grande Madre, il Massiccio del Gran Sasso a farti vedere e capire che la maestosità.... oh sì che esiste la maestosità! Si lega a noi con un laccio invisibile, un amore e un rispetto che ha fatto sì che anche mio fratello e la sua sposa decidessero di sposarsi lì, a Bominaco, nello splendido scenario di Santa Maria Assunta. Un pullman di invitati e la sposa sono arrivati dall'Appio Latino per la grande festa!
Nel 2009 io ero capo clan agli scout, quello che è il capo dei ragazzi più grandi, dai 17 ai 20 anni circa. Per Pasqua avevamo idea di andare a L'Aquila, approfittare della mia casa come appoggio e dedicarci a noi, al nostro percorso. Per una disgraziata mancanza di collegamento ferroviario la scelta è poi ricaduta su un luogo più vicino a Roma. Il 7 aprile 2009 alle 8 del mattino accendo il cellulare, per controllare che tutto fosse a posto e senza allarmi. Non so quante chiamate io abbia trovato. Gli sms erano 14.

Dove siete? Cosa è successo? Perché non hai il cellulare acceso? Chiamando a casa le parole di mia madre mi hanno messa in un grande lenzuolo felpato, avvolta dal quale una volta arrivata a Termini ho salutato i ragazzi e sono tornata a casa. Aprendo la porta, le immagini. Sangue, dolore, polvere, delirio, e io che non sentivo nulla. Nessuna emozione. Ero in pausa dalle emozioni. E casa? Come starà casa? Come staranno i vicini? E abbiamo davvero perso il Paradiso? Il coraggio di alzare il telefono non l'abbiamo avuto. Se non cinque giorni dopo. Giorni in cui non potevamo pensare ad altro se non a casa, a loro, ad ogni volto, ad ogni voce.
Un disastro. Chi era riuscito a rispondere al cellulare ci diceva che intorno era un disastro, che casa nostra era su, ma vai a sapere se dentro i pavimenti c'erano ancora!
Siamo riusciti a raggiungere casa, documenti alla mano, solo il 17 aprile. Con la pena e il magone nel cuore. Sull'autostrada noi e gli aiuti. Militari, Vigili del fuoco, ambulanze. E un grande buco nel cuore, nell'anima.

A L'Aquila est c'era il caos, le tende blu, le persone in strada, le tende private rimediate e montate. Ho avuto la sensazione che quello stesso Dio che me l'aveva fatta amare dalla nascita, che mi aveva regalato il Gran Sasso, il profumo della pioggia, il colore dei mille cieli, avesse appoggiato una mano, pesantemente. E dove le dita avevano affondato la materia, le case erano sbriciolate come un biscotto secco a terra calpestato. Accanto, tra un dito a l'altro, case in piedi,coi panni stessi. Per mesi e anni quei panni sono rimasti lì, stesi. L'Eurospin di Bazzano dev'essere stato sotto il pollice.....era andato giù tutto. E Onna, sulla destra. Paganica, San Gregorio a sinistra. Chissà perché si parla ancora solo di Onna, legittimo, per carità, ma poco o niente di San Gregorio, San Demetrio, Santo Stefano di Sessanio e la sua splendida torre medicea ora in briciole, Caporciano, Capestrano, Civita Retenga, Prata d'Ansidonia.

C'è un dolore che ancora accomuna tutte le vittime di questo terremoto. Se gli chiedi come va ti rispondono E come vuoi che vada? Nelle conversazioni, anche le più spensierate, c'è sempre, sempre, un “prima” e un “dopo”.
Il terremoto ha diviso l'esistenza di ognuno. Abbiamo visto gente ridere e promettere, abbiamo visto politici speculare, abbiamo visto inchieste accertare odorini di mafia nella ricostruzione. Sin dall'inizio abbiamo tutti sperato che non venisse strumentalizzata la tragedia, ma già dai giorni del G8 s'era capito che la battaglia era persa. Puoi portare capi di Stato in tour tra le macerie? Puoi permettere che tutti quegli occhi violino il dolore incomprensibile e impensabile di chi ha subito un simile trauma? Cosa ne è stato dello Stato? Per anni sono stata presa per esagerata. A Roma, 100 km più giù, l'informazione dava per certa e in atto la ricostruzione. Io portavo voci di nulla ed eco di pianto.

Non ho fatto foto, non ho mai fatto foto.Per paura che mi scambiassero per chi ancora di domenica viene a farsi le foto davanti alle case diroccate. Ma ho raccontato alla mia cerchia di amici, cercando di far capire che il dolore, lì, è rimasto. Che chi dice “Sono del sud, aspettano che li si aiuti, non si muovono loro” deve essere considerato un demente senza possibilità di essere preso sul serio. Ora, uscite a l'Aquila ovest e andate verso il centro, vi renderete conto che quella città meravigliosa ha ancora gli occhi spaventati e sbarrati.

L'Aquila è una donna profumata ed elegante ora a terra per le tante percosse subite e le ingiurie ricevute dopo. Gli Aquilani e chi è nei dintorni amano ogni grammo della propria terra e stanno rinascendo, nonostante tutto e tutti.

Il profondo rispetto per L'Aquila nasce dall'amore che ho per lei da sempre. Rispetto il suo dolore, rispetto il suo volersi ribellare. Io non vedo cambiamenti. Sento di persone vittime della depressione, di odi, di polveri. Vado in giro per le stradine dei paesi che amo e vedo puntellamenti, prefabbricati, occhi smarriti.
L'Aquila sta tornando a camminare piano piano, ma per favore, siate seriamente consapevoli dell'immensa paura, del profondo dolore, dell'impensabile tragedia.

Dio negli ultimi due anni ha mandato giù tanta neve, perché si vergognava di ciò che non è stato fatto e ha voluto coprire l'onta delle macerie per un po'. Poi i fiori lilla dell'oro prezioso dello zafferano, i mandorli in fiore, il profumo ti rimette al mondo nell'istante del respiro e prendi coraggio ogni giorno, rialzi lo sguardo e dici che forse questo sarà l'anno giusto... in cui i sorrisi torneranno, le macerie saranno portate via e i negozi riapriranno e io, finalmente, potrò tornare alla cioccolateria di Via Navelli, in quella che ancora è l'inaccessibile zona rossa del centro.
Auguratemelo!
Laura Mauti
 Scrivere 'andare a L'Aquila' è una scelta stilistica

sabato 14 settembre 2013

Impressioni di (11) settembre

Un cileno, un esule - uno dei tanti - vittima del golpe dell’11 settembre 1973, scrive una lettera di cordoglio agli americani, vittime dell’11 settembre 2001. E’ la trama del cortometraggio di Ken Loach, l’undicesima parte di un film dedicato al ricordo del tragico attacco alle Twin Towers. Un film da rivedere almeno una volta all'anno. 
11’09”01 è un film corale, composto da 11 corti di 11 diversi registi, ciascuno della durata di 11 minuti e 9 secondi ed 1 fotogramma: una struttura che spiega il titolo. Tuttavia, l’anniversario dell’attacco al World Trade Centre di New York ha spinto la fantasia degli undici registi provenienti da tutto il mondo ben oltre quel terribile evento. 
Il film non è antiamericano, né concede nulla al terrorismo: ma se dalle storie trasuda pietà per le innocenti vittime di New York, gli 11 episodi invitano a non dimenticare i tanti “11 settembre” che si sono consumati e si consumano in altri luoghi, con migliaia, milioni di morti innocenti, oscuri. 
In 30mila persero la vita in Cile in seguito al golpe orchestrato dal regime sanguinario di Pinochet sostenuto dagli Usa di Nixon. Anche allora i “nemici della libertà” colpirono con gli aerei. Nelle parole di Pablo, uno dei tanti torturati dal regime cileno, il regista Ken Loach racchiude quel filo rosso che unisce i due anniversari, i due martedì 11 settembre che hanno cambiato e distrutto molte vite. 
«Care madri, cari padri e persone care di coloro che sono morti l’11 settembre, sono cileno, vivo a Londra e vorrei dirvi che forse abbiamo qualcosa in comune. I vostri cari sono stati assassinati come lo furono i miei, abbiamo anche la data in comune: l’11 settembre, martedì 11 settembre. Nel 1970 ci furono le elezioni, io avevo 18 anni e votavo per la prima volta. Avevamo un bellissimo sogno: costruire una società in cui tutti potessero condividere il frutto del proprio lavoro, le ricchezze del Paese. Così quel settembre del ’70 andammo tutti a votare e vincemmo. 
C’era il latte e la scuola per i figli, le terre incolte vennero distribuite ai contadini senza terra, le miniere di rame e di carbone e le principali industrie divennero proprietà di tutti noi, per la prima volta nella loro vita le persone avevano una dignità. Ma non sapevamo quanto questo fosse pericoloso. Il vostro segretario di Stato, Henry Kissinger, disse: non vedo come si possa stare fermi a guardare mentre un Paese cade nelle mani dei comunisti grazie all’irresponsabilità del suo stesso popolo. Le nostre scelte democratiche, i nostri voti non erano rilevanti. Il mercato, i profitti sono più importanti della democrazia, il nostro dolore, il vostro dolore furono legalizzati. Il vostro presidente, Nixon, affermò che avrebbe fatto crollare la nostra economia, la Cia ricevette istruzioni di attivarsi per organizzare un’insurrezione militare, un colpo di Stato. Oltre 10 milioni di dollari furono stanziati per sbarazzarsi del nostro presidente, Salvador Allende.
Amici, i vostri leader decisero di distruggerci, provocarono uno sciopero dei trasporti che finì quasi per paralizzare la nostra economia, bloccarono gli scambi delle merci nel nostro Paese creando il caos, si unirono a quanti nel nostro Paese non avevano accettato la nostra vittoria, i vostri dollari foraggiavano gruppi neofascisti che portavano la violenza nelle strade e mettevano bombe nelle fabbriche e nelle centrali elettriche.
Incredibilmente la cosa non funzionò. Nelle elezioni amministrative il consenso popolare addirittura aumentò, e che cosa fecero gli Stati Uniti? L’11 settembre i nemici della libertà compirono un atto di guerra contro il nostro Paese. Alle prime luci dell’alba truppe corazzate avanzarono contro il nostro palazzo presidenziale: Allende, i suoi ministri e consiglieri erano all’interno. Allende non fuggì mentre il palazzo della Moneda veniva bombardato. Fu assassinato. Fu assassinato martedì, anche da noi accadde un martedì, l’11 settembre del ’73, un giorno che distrusse le nostre vite per sempre. 
Mi spararono ad un ginocchio e poi mi sbatterono la testa contro l’asfalto lurido della strada, me la sbatterono non so quante volte, finché non persi conoscenza. Un giorno in prigione mi issai sulle sbarre della finestra e vidi fuori un amico che veniva trascinato per le braccia, non poteva camminare, gli avevano spezzato le ossa, sanguinava dalle orecchie poi lo assassinarono. Sapemmo dei campi di tortura comandati da ufficiali addestrati nelle scuole militari americane, sapemmo di quelli sbudellati gettati dagli elicotteri in volo, di quelli torturati davanti ai loro figli e alle loro mogli. Sapete che cosa facevano? Collegavano fili elettrici ai genitali, mettevano topi nelle vagine delle donne, addestravano i cani a stuprare le donne. E poi sapemmo della carovana della morte, del generale che andava di città in città ordinando esecuzioni a caso. 30 mila persone furono assassinate, 30 mila. 
Il vostro ambasciatore in Cile protestò per le torture ma Kissinger replicò: ditegli di non mettersi a fare lezioni di scienze politiche. Il generale Pinochet, che aveva guidato il colpo di Stato, accolse sorridendo il segretario di Stato che si congratulò con lui per il lavoro ben fatto e i dollari ricominciarono a fluire verso il Cile. Mi chiamarono terrorista, mi condannarono al carcere a vita senza processo né difesa, fui rilasciato dopo cinque anni ma dovetti abbandonare il Paese per la sicurezza dei miei amici. 
Ora non posso tornare in Cile anche se ci penso continuamente. Il Cile è la mia casa ma cosa sarebbe dei miei figli? Loro sono nati qui a Londra, non posso condannarli all’esilio come fu per me, non posso farlo ora anche se con tutto il mio cuore vorrei tornare a casa. Sant’Agostino diceva: la speranza ha due bellissimi figli, lo sdegno e il coraggio, sdegno per le cose come sono e coraggio per cambiarle.
Madri, padri e persone care di coloro che sono morti a New York, presto sarà il 29 anniversario del nostro martedì 11 settembre, e il primo anniversario del vostro. Noi vi ricorderemo, spero che voi vi ricordiate di noi, Pablo».
(Raffaella Angelino)

Absolute beginners

Il reportage fotografico dalle Discoteche Laziali di Roma.
I vincitori di "The Voice", Elhaida Dani, Timothy Cavicchini e Veronica De Simone, presentano i loro cd ai fan, dispensano autografi e si concedono per qualche scatto. (Raffaella Angelino)

martedì 10 settembre 2013

EsCAPE

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.


Lavarsi per togliersi di dosso tutte le scorie dell’ultima giornata. Pulirsi. Rinnovarsi. Con l’aiuto dell’acqua fare scivolare addosso tutte quelle cose che da sole non scivolano. Ansie, paure, irrigidimenti, polvere, fango. Sangue.
 
Studiare per sperare in un domani migliore. Per capire cos’è successo, cosa accadrà. Cosa sta accadendo. Perché ostaggi del terrore e di un minuscolo angolo buio non vadano persi gli sconfinati lidi della passione e della fantasia, che anche il più piccolo degli angoli può contenere. Perché in quell’angolo, qualsiasi sia la sua grandezza, si sostituisca l’ottusità del “dovere” con l’acutezza dei “perché?”, trovando ognun per sé la retta via.
 
Giocare per cercare ancora altri rifugi, immaginando altre strade, altri volti, ma non altri visi. Per dimenticare. Forse per ridere. Per non piangere. Fregandosene degli avvertimenti e delle minacce, per dimostrare il proprio valore, e il proprio volere.
 
Preparare la tavola, per mangiare ovvio. Per parlare. Per ritrovare qualche momento di serenità perduta. Per convivialità, condita da un morso di pace e da un bicchiere di riso. Per nutrire. L’anima. A mezzogiorno, per potersi guardare negli occhi.

Ci sono cose da far di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per sentire.


Chiudere gli occhi per riposarli. Per riposarsi. Per provare se il trucco di magia funzioni realmente. Per provare a non essere più lì. Perché l’aria tersa e fumosa si fa via via sempre più insopportabile.


Dormire, per dormire. Sconnettersi dalla realtà rimanendone ancorati sul fondo. Per non far esplodere la dinamite nella testa. Non evadere, non fuggire. Dormire.

Avere sogni da sognare.


Orecchie per sentire i rumori sordi dei tuoni, o di checchessia. I messaggi radio. Contenitori che vibrano su mensole, che cadono da mensole, che perdono un’ansa. Per sentire l’ansia. Sono urne senza manico. Ulne senza radio. Orecchie per sentire il peso delle cose. La leggerezza e pesantezza del radio.

Ci sono cose da non fare mai.
Né di giorno né di notte,
né per mare né per terra.
Per esempio….
la guerra.






venerdì 21 giugno 2013

Le furbate

Davanti al vecchio mattatoio, pomeriggio

A sor Ce’, perché m’avete dato appuntamento qui? Ar medesimo posto de l’urtima vorta, prima delle elezioni?
Sora Ida, ste mura grondeno sangue, me piace l’immaggine, quando er popolo arza la testa artre teste cascheno, sta vorta, però, co’ l’arma de la democrazia. E poi, qui venerdì sera prima der voto ho avuto ‘na visione…
Ma porca paletta, sor Ce’, speravo che co la sede vacante armeno i miracoli… raccontate perché se quarcheduno v’ha parlato e ha detto cose ‘nteressanti è la vorta che famo li sordi!
A sora Ida, voi scherzate sempre, ma me potessi ceca’ se quello che ve sto’ pe’ di nun è vero…
A sor Ce’, quei 4 chicchi de vista che ve resteno teneteveli cari, annate avanti…