«Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore». Così inizia la cronaca del massacro dei palestinesi nei campi profughi di Sabra e Shatila, in Libano che si è consumato nel settembre di 31 anni fa. Il giornalista Robert Fisk fu tra i primi ad entrare nel campo di Shatila alle porte di Beirut il 18 settembre e lo spettacolo che si trovò davanti fu atroce. Era stato uno sterminio di massa, un’atrocità, un crimine di guerra.
C’erano donne che giacevano nelle loro case, violentate prima di essere assasinate, bambini con le gole tagliate, file di giovani uomini fucilati dopo essere stati messi al muro per l’esecuzione. C’erano bambini gettati insieme ai mucchi di spazzatura, alle razioni militari lasciate dagli americani, equipaggiamenti israeliani e bottiglie di whisky.
Sono passati 31 anni dal massacro consumato impunemente a Sabra e Shatila tra enormi responsabilità militari e complicità politiche. L’operazione iniziò al tramonto di giovedì 16 settembre e terminò nel primo pomeriggio di sabato 18 settembre. L’esercito israeliano aveva circondato e chiuso ermeticamente i due campi e messo posti di osservazione sui tetti degli edifici dell’area, successivamente trasformata in un’isola violata dalle milizie «falangiste» libanesi che volevano vendicare l’assassinio, avvenuto due giorni prima, del loro leader, Bashir Gemayel. Il numero dei morti non fu mai esattamente accertato, ma si stima intorno ai tremila.
Dal 1982, il dramma è ancora vivo nei sopravvissuti, come quelle donne che ogni anno marciano silenziosamente nei vicoli di Shatila per ricordare i loro cari stringendo vecchie foto tra le mani.
Oggi, l’affollato campo profughi palestinese alle porte di Beirut, polvere su polvere, mattone dopo mattone, filo elettrico su filo elettrico vive in una dignitosa disperazione. Tra quei muri, o quello che ne resta, si respira ancora la guerra e il dolore di quel maledetto settembre dell’82. Un sacrario, voluto fortemente dallo scomparso giornalista del "Manifesto", Stefano Chiarini e dal Comitato per non dimenticare Sabra e Shatila serba il ricordo delle vittime di una violenza cieca e vigliacca contro i palestinesi, costretti a vivere come profughi, senza casa né diritti, in Libano e in tutto il Medioriente. Uomini e donne, bambini e bambine che non hanno mai messo piede nella loro terra, l’amata Palestina.
In Libano, l'Unrwa (United nations relief and works agency for Palestine refugees) stima che siano 455mila, sparsi in 12 campi profughi, una cifra che rappresenta circa il 10 per cento della popolazione libanese. Una massa di persone che vive ai margini: nei campi, il tasso di disoccupazione supera abbondantemente il 50%. La precarietà accende gli animi e per quanto la maggioranza dei palestinesi si tenga lontana dai conflitti interni al Libano, i campi profughi si ritrovano spesso al centro delle diatribe politiche.
In sostanza, la presenza dei profughi in Libano rimane uno dei nodi più importanti in qualsiasi futura trattativa, sia con gli israeliani, sia con i libanesi. Questioni centrali: il diritto al ritorno e, allo stesso tempo, la necessità di garantire ai rifugiati palestinesi una vita dignitosa in Libano, senza discriminazioni.
Le madri di Sabra e Shatila, sopravvissute alla strage |
Sono passati 31 anni dal massacro consumato impunemente a Sabra e Shatila tra enormi responsabilità militari e complicità politiche. L’operazione iniziò al tramonto di giovedì 16 settembre e terminò nel primo pomeriggio di sabato 18 settembre. L’esercito israeliano aveva circondato e chiuso ermeticamente i due campi e messo posti di osservazione sui tetti degli edifici dell’area, successivamente trasformata in un’isola violata dalle milizie «falangiste» libanesi che volevano vendicare l’assassinio, avvenuto due giorni prima, del loro leader, Bashir Gemayel. Il numero dei morti non fu mai esattamente accertato, ma si stima intorno ai tremila.
Dal 1982, il dramma è ancora vivo nei sopravvissuti, come quelle donne che ogni anno marciano silenziosamente nei vicoli di Shatila per ricordare i loro cari stringendo vecchie foto tra le mani.
Oggi, l’affollato campo profughi palestinese alle porte di Beirut, polvere su polvere, mattone dopo mattone, filo elettrico su filo elettrico vive in una dignitosa disperazione. Tra quei muri, o quello che ne resta, si respira ancora la guerra e il dolore di quel maledetto settembre dell’82. Un sacrario, voluto fortemente dallo scomparso giornalista del "Manifesto", Stefano Chiarini e dal Comitato per non dimenticare Sabra e Shatila serba il ricordo delle vittime di una violenza cieca e vigliacca contro i palestinesi, costretti a vivere come profughi, senza casa né diritti, in Libano e in tutto il Medioriente. Uomini e donne, bambini e bambine che non hanno mai messo piede nella loro terra, l’amata Palestina.
In Libano, l'Unrwa (United nations relief and works agency for Palestine refugees) stima che siano 455mila, sparsi in 12 campi profughi, una cifra che rappresenta circa il 10 per cento della popolazione libanese. Una massa di persone che vive ai margini: nei campi, il tasso di disoccupazione supera abbondantemente il 50%. La precarietà accende gli animi e per quanto la maggioranza dei palestinesi si tenga lontana dai conflitti interni al Libano, i campi profughi si ritrovano spesso al centro delle diatribe politiche.
In sostanza, la presenza dei profughi in Libano rimane uno dei nodi più importanti in qualsiasi futura trattativa, sia con gli israeliani, sia con i libanesi. Questioni centrali: il diritto al ritorno e, allo stesso tempo, la necessità di garantire ai rifugiati palestinesi una vita dignitosa in Libano, senza discriminazioni.
(Raffaella Angelino)
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