domenica 15 settembre 2013

Dichiarazione d'amore per L'Aquila

Tanti tanti anni fa un mio capo scout mi disse che quando sei innamorato lo capisci subito perché non vedi l'ora di rivedere l'oggetto del tuo desiderio e quando ce l'hai accanto stai bene e nemmeno un temporale potrebbe scalfire il tuo buonumore.
Io L'Aquila la conosco da sempre. E ne sono innamorata. Prima che nascessi, i miei nonni partivano felici verso Campotosto, ospiti degli amici di sempre e così è stato per anni e anni. Il Lago di Campotosto e la grande casa bianca che ancora primeggia, hanno fatto parte delle mie estati da sempre e L'Aquila era il premio ambito. La passeggiata al centro della città era un evento, lo aspettavo sempre.
Vicino casa
Poi si cresce, si cerca di fuggire dalla famiglia e dalle sue abitudini, finché un amore più grande di ogni possibile comprensione non ha legato i miei genitori ad una casa nella splendida Piana di Navelli, dove zafferano e mandorli imperano solennemente colorati. Per noi che non siamo parenti di nessuno lì, per noi che siamo semplicemente innamorati da quarant'anni. Sempre Abruzzo, sempre L'Aquila. E' un filo che non si è mai spezzato, è un amore, una passione.

E' la gioia di vedere L'Aquila la colta e la ricca, la serenità di non sentire rumori di città, la gioia di respirare aria degna di questo nome. Io lo chiamo Paradiso, perché sono certa che il Paradiso, Dio, lo ha immaginato proprio così, copiandolo un giorno che, stanco di cercare, si sedette sul Corno Grande. Il verde dei prati, ogni tanto una chiesetta sul Tratturo, e maestosa la Grande Madre, il Massiccio del Gran Sasso a farti vedere e capire che la maestosità.... oh sì che esiste la maestosità! Si lega a noi con un laccio invisibile, un amore e un rispetto che ha fatto sì che anche mio fratello e la sua sposa decidessero di sposarsi lì, a Bominaco, nello splendido scenario di Santa Maria Assunta. Un pullman di invitati e la sposa sono arrivati dall'Appio Latino per la grande festa!
Nel 2009 io ero capo clan agli scout, quello che è il capo dei ragazzi più grandi, dai 17 ai 20 anni circa. Per Pasqua avevamo idea di andare a L'Aquila, approfittare della mia casa come appoggio e dedicarci a noi, al nostro percorso. Per una disgraziata mancanza di collegamento ferroviario la scelta è poi ricaduta su un luogo più vicino a Roma. Il 7 aprile 2009 alle 8 del mattino accendo il cellulare, per controllare che tutto fosse a posto e senza allarmi. Non so quante chiamate io abbia trovato. Gli sms erano 14.

Dove siete? Cosa è successo? Perché non hai il cellulare acceso? Chiamando a casa le parole di mia madre mi hanno messa in un grande lenzuolo felpato, avvolta dal quale una volta arrivata a Termini ho salutato i ragazzi e sono tornata a casa. Aprendo la porta, le immagini. Sangue, dolore, polvere, delirio, e io che non sentivo nulla. Nessuna emozione. Ero in pausa dalle emozioni. E casa? Come starà casa? Come staranno i vicini? E abbiamo davvero perso il Paradiso? Il coraggio di alzare il telefono non l'abbiamo avuto. Se non cinque giorni dopo. Giorni in cui non potevamo pensare ad altro se non a casa, a loro, ad ogni volto, ad ogni voce.
Un disastro. Chi era riuscito a rispondere al cellulare ci diceva che intorno era un disastro, che casa nostra era su, ma vai a sapere se dentro i pavimenti c'erano ancora!
Siamo riusciti a raggiungere casa, documenti alla mano, solo il 17 aprile. Con la pena e il magone nel cuore. Sull'autostrada noi e gli aiuti. Militari, Vigili del fuoco, ambulanze. E un grande buco nel cuore, nell'anima.

A L'Aquila est c'era il caos, le tende blu, le persone in strada, le tende private rimediate e montate. Ho avuto la sensazione che quello stesso Dio che me l'aveva fatta amare dalla nascita, che mi aveva regalato il Gran Sasso, il profumo della pioggia, il colore dei mille cieli, avesse appoggiato una mano, pesantemente. E dove le dita avevano affondato la materia, le case erano sbriciolate come un biscotto secco a terra calpestato. Accanto, tra un dito a l'altro, case in piedi,coi panni stessi. Per mesi e anni quei panni sono rimasti lì, stesi. L'Eurospin di Bazzano dev'essere stato sotto il pollice.....era andato giù tutto. E Onna, sulla destra. Paganica, San Gregorio a sinistra. Chissà perché si parla ancora solo di Onna, legittimo, per carità, ma poco o niente di San Gregorio, San Demetrio, Santo Stefano di Sessanio e la sua splendida torre medicea ora in briciole, Caporciano, Capestrano, Civita Retenga, Prata d'Ansidonia.

C'è un dolore che ancora accomuna tutte le vittime di questo terremoto. Se gli chiedi come va ti rispondono E come vuoi che vada? Nelle conversazioni, anche le più spensierate, c'è sempre, sempre, un “prima” e un “dopo”.
Il terremoto ha diviso l'esistenza di ognuno. Abbiamo visto gente ridere e promettere, abbiamo visto politici speculare, abbiamo visto inchieste accertare odorini di mafia nella ricostruzione. Sin dall'inizio abbiamo tutti sperato che non venisse strumentalizzata la tragedia, ma già dai giorni del G8 s'era capito che la battaglia era persa. Puoi portare capi di Stato in tour tra le macerie? Puoi permettere che tutti quegli occhi violino il dolore incomprensibile e impensabile di chi ha subito un simile trauma? Cosa ne è stato dello Stato? Per anni sono stata presa per esagerata. A Roma, 100 km più giù, l'informazione dava per certa e in atto la ricostruzione. Io portavo voci di nulla ed eco di pianto.

Non ho fatto foto, non ho mai fatto foto.Per paura che mi scambiassero per chi ancora di domenica viene a farsi le foto davanti alle case diroccate. Ma ho raccontato alla mia cerchia di amici, cercando di far capire che il dolore, lì, è rimasto. Che chi dice “Sono del sud, aspettano che li si aiuti, non si muovono loro” deve essere considerato un demente senza possibilità di essere preso sul serio. Ora, uscite a l'Aquila ovest e andate verso il centro, vi renderete conto che quella città meravigliosa ha ancora gli occhi spaventati e sbarrati.

L'Aquila è una donna profumata ed elegante ora a terra per le tante percosse subite e le ingiurie ricevute dopo. Gli Aquilani e chi è nei dintorni amano ogni grammo della propria terra e stanno rinascendo, nonostante tutto e tutti.

Il profondo rispetto per L'Aquila nasce dall'amore che ho per lei da sempre. Rispetto il suo dolore, rispetto il suo volersi ribellare. Io non vedo cambiamenti. Sento di persone vittime della depressione, di odi, di polveri. Vado in giro per le stradine dei paesi che amo e vedo puntellamenti, prefabbricati, occhi smarriti.
L'Aquila sta tornando a camminare piano piano, ma per favore, siate seriamente consapevoli dell'immensa paura, del profondo dolore, dell'impensabile tragedia.

Dio negli ultimi due anni ha mandato giù tanta neve, perché si vergognava di ciò che non è stato fatto e ha voluto coprire l'onta delle macerie per un po'. Poi i fiori lilla dell'oro prezioso dello zafferano, i mandorli in fiore, il profumo ti rimette al mondo nell'istante del respiro e prendi coraggio ogni giorno, rialzi lo sguardo e dici che forse questo sarà l'anno giusto... in cui i sorrisi torneranno, le macerie saranno portate via e i negozi riapriranno e io, finalmente, potrò tornare alla cioccolateria di Via Navelli, in quella che ancora è l'inaccessibile zona rossa del centro.
Auguratemelo!
Laura Mauti
 Scrivere 'andare a L'Aquila' è una scelta stilistica

Nessun commento:

Posta un commento